di Giusi Palomba
PRIMA PARTE
Itinerario emozionale nella provincia criminale
Esistono strade costruite e manutenute apposta per stimolare i flussi, velocizzare gli scambi, servire la funzione del commercio, del turismo e del governo, e strade abbandonate all’attrito, alle collisioni, agli scontri.
La metropoli è responsabile anche delle sue estremità, ma non lo ammette, non dialoga con loro, la questione la lascia indifferente, così province e periferie finiscono per far parte di un sistema cardiocircolatorio di cui sono costrette a ignorare il cuore. Un cuore tachicardico, che affatica tronfio tutto l’apparato, teso in uno spasmo di cui si trova la sintesi chimica nel reticolato sotterraneo delle fognature.
Nella periferia napoletana i luoghi si tengono insieme grazie a un sistema di arterie corrose, bruciate dalle iniezioni o dal deperimento delle scorie organiche addensate ai margini, strade dissestate, snodi in cui non è concesso un avvicendamento sano delle cose, ogni passaggio è tortuoso, esasperato, delle persone condiziona la psicologia e il soma, fino a renderne ruvido il comportamento e l’aspetto. La gentilezza qui è stata sconfitta da secoli, e la massima premura che è possibile ricevere sta nell’acquisizione naturale di una velocità di riflesso; all’imbocco degli incroci, davanti a improvvise inversioni, e in presenza di vetture a cui mancano le funzioni basilari di segnalazione, c’è da agire in assenza di pensiero, e prevedere in anticipo le mosse, competenza che può tornarti utile in mancanza di altre.
In un tempo non identificabile e in nervosa successione, l’architettura si è dispiegata travolgendo il suo stesso senso, ha spianato metri e metri determinando paesaggi di desolazione e poi di nuovo si è accalcata in palazzi arrampicati l’uno sull’altro, incisi da linee ferroviarie demenziali, fino al limite estremo, miracolosamente animato da un’energia non capitalizzabile per mancanza di criterio, e così in un lembo urbano stretto tra mare e vulcano, e secondo per densità soltanto a Tokio, si riconoscono caratteri apparentemente condivisi con ogni hinterland del mondo.
Sopravviventi negli ultra luoghi
La differenza esiste solo per chi ha voglia di cercarla, qui consiste nella tensione elettrica dei luoghi, qui consiste nella tensione elettrica dei luoghi, generata dal movimento di un’umanità indomabile. Gli iperluoghi si oppongono semanticamente ai non luoghi per la funzione che hanno nelle periferie di fornire identità temporanee ai sopravviventi: centri commerciali, outlet, multisala, contenitori vuoti di storia e di senso. Qui coniamo un’altra definizione: ultraluoghi, supermarket della droga, aree portuali, svincoli autostradali, luoghi ad alta conflittualità in cui si sono sviluppate tecniche di convivenza che sfuggono alla logica, rispondono soltanto all’assenza dello stato. Questo movimento elettrico è allora un compromesso tra volontà di riscatto e una sopravvivenza settata sul risparmio energetico perenne. Inarrivabili prove di empatia coi propri simili, ma anche un’omertà di comodo, che a periodi scarica l’accumulo nervoso in slanci di aggressività eterodiretti.
Fanatismo di facciata, la rianimazione
L’usura isterica invecchia i palazzi, le facciate sono fanatiche e riversano su strada il caos di esistenze rumorose e spudorate, che in questa sovraesposizione non si occupano di nascondere le rughe, le crepe: in stato di emergenza non si usa aggraziarsi con trucchi di sorta, servono piuttosto puntelli per scongiurare i crolli. «Toccare, parlare, mai lasciare inerte il corpo: è la terapia per i casi di coma. A Napoli è premura che i cittadini gratuitamente si dispensano l’un l’altro. Mi ha fatto del bene, non morale, ma sanitario, l’infanzia trascorsa in una città di rianimazione», parole di Erri de Luca che servono a spiegare come si vive: all’esterno, in costante ricerca di contatto. Gli interni servono solo per dormire o per fare la veglia ai morti.
Le recinzioni, la sutura
Le recinzioni sono le cicatrici del tessuto periferico. Propriamente non delimitano, e sono ridicole separazioni, dato che a certe latitudini la proibizione è un automatico invito alla violazione. Esse stanno lì soltanto a connotare i punti in cui qualcosa duole al territorio. La traccia della speculazione, dell’abusivismo nel perimetro dei cantieri dismessi, la misura fisica delle promesse elettorali disattese.
Il posto di blocco, la trombosi
Come una trombosi del sistema, la forza dell’Ordine determina coaguli malsani. Se la possibilità di successo è scongiurata in partenza, l’Ordine si concede in queste lande libertà fuori dal controllo. Il potere, frustrato nel suo riconoscimento istituzionale, sta nell’abuso, nello strappo alla regola, nella misura straordinaria. Siamo in una terra in cui si può invocare un esercito, nel momento stesso in cui si nega l’esistenza di una guerra.
Le sostanze, i sintomi
Distinguere le droghe in leggere e pesanti è una preoccupazione tassonomica per un governo ignaro. Le droghe andrebbero distinte in più o meno accessibili in un dato momento storico. Il giorno in cui il drogato smetterà di essere soltanto un capro espiatorio, la storia dell’abuso delle sostanze riuscirà a spiegare ciò di cui siamo globalmente affetti. Esistenze a margine prendono in carico i sintomi di una malattia che nessuno vuole diagnosticare.
La noia, l’assenza di segnale
I giovinastri sono alla ricerca del riscatto o non ricercano proprio nulla. Innestano in territorio sabbioso stili e tendenze sperando che valga lo stesso principio dei format televisivi. Le ragazzine cadute nelle trappole di una morale scellerata non tremano, sostengono lo sguardo e rilanciano. La mattina più che altrove è il momento crudele in cui le crepe nei muri non sono altro che crepe nei muri e il vicinato troppo vicino continua a non essere un pubblico pagante. La sera è fatta di avvertimenti, molestie sessuali e giocose minacce. I ragazzi allenano l’eloquio, raffinano l’arte dello scherno, parlano allo scopo di colpirsi, senza trasmettersi idee.
Gli emigrati, storie di flussi sanguigni
Gli emigrati si ricongiungono a quelli che sono rimasti per le feste comandate. Quelli che sono rimasti si industriano a indicare con lo sguardo le novità, con piccoli cenni, commenti ridotti all’osso, sperano tu possa ancora capire senza troppo sforzo, sperano tu non abbia storpiato troppo l’accento, sperano di potersi attaccare a vecchi codici, collaudate convenzioni, sperano tu reagisca sempre allo stesso modo agli stimoli. Tuttavia le aspettative disattese non provocano scompenso, nessuno ci bada, rimani soltanto lo strumento di un calcolo: la velocità di riflesso è la misura del tempo trascorso. Quelli che sono rimasti ci tengono molto a farti il favore di ricordarti le cattive abitudini, di ricordarti da dove vieni. Non chiedono niente in cambio, si prendono tutto il rischio, d’altra parte serve allenamento per gestirlo, l’improvvisazione è riservata solo ai pochi che hanno guadagnato questo privilegio con gesta di cui rimane memoria nei soprannomi.
SECONDA PARTE
Diario della diserzione
Le pagine su cui sono state scritte le torride estati dell’infanzia, sono fatte di asfalto bollente, di anfratti sterrati, e il ricordo è caduto spesso nelle buche. Si cresceva tra la salsedine che assetava e la roccia lavica tagliente, si cresceva senza possibilità di mantenersi bambini, c’era acqua dolce da cercare e c’erano spigoli da smussare per trovare una via. Risultato di quella limatura, una sabbia nera che ho cercato in ogni altra spiaggia. Se il luogo di nascita diventa il proprio panorama interiore, io ho avuto dentro qualcosa che somiglia a un territorio arido da appagare. E con me, tutti gli altri che sono andati, insieme a tutti quelli rimasti, che come cactus hanno ridotto le proprie debolezze a spine per potere esistere anche con poca acqua.
Per alcuni di noi è arrivato in fretta il tempo della disoccupazione, misto a quello dell’insofferenza. Stavamo perdendo l’idea del progetto, e la visione si faceva oscura. Intanto siamo stati randagi fino allo stremo, siamo stati un po’ tossici, un po’ alcolizzati, un po’ criminali, un po’ giocatori d’azzardo, perché in assenza di prospettive a lungo termine, non vedevamo il rischio dello stigma, e la redenzione sembrava semplice da mettere in pratica. Abbiamo giocato col fuoco degli accendini, con le lame e con il corpo, forzando all’estremo le sue possibilità, la capacità di smaltimento dei rifiuti.
Cercavamo una chance quando finivamo spacciati, cercavamo dei simili senza sapere chi fossimo, cercavamo un argine per la nostra sconfinata ignoranza. Siamo stati il peggio, ma avevamo sempre voglia del meglio, volevamo raggiungere anche noi il cuore pulsante e infine siamo partiti, con le calcagna già rosicchiate dal bisogno.
Cercavamo poesia ed è successo che siamo andati a perderla, a sprecarla in giro, prostituendoci a una bolgia nevrotica che non ha prestato attenzione nemmeno nelle nostre più ostinate aspettative.
Ci siamo prescritti a vicenda le migliori cure per l’insoddisfazione, ci siamo giustificati davanti alle rispettive diserzioni, abbiamo segretamente confermato e sottoscritto la fuga e per questo finiamo per rimanere offesi da una violenza che ora ci coglie ogni volta di sorpresa. Non è la violenza del ritorno, ma quella della fatica di cercarsi addosso i segni dell’appartenenza. E la presunzione di arrogarsi il diritto di raccontarli nello stesso momento in cui abbiamo preteso di non appartenere a niente e a nessuno.
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Questo testo è apparso sul n. 8 Luglio/Agosto della rivista letteraria “Laspro – Letteratura, arti e mestieri”. Lo studio e la narrazione della periferia sono stati un primo e fertile terreno d’incontro tra l’Archivio e Laspro.
Il n. 9 Settembre/Ottobre della rivista è attualmente in distribuzione gratuita presso le seguenti librerie.
Qui un’intervista dell’Archivio al direttore della rivista Cristian Giodice.
“Laspro – Letteratura, arti e mestieri” è un’edizione Lorusso.







