
di Gwen Sharp
via: Sociological Images
Molti probabilmente conoscono bene l’iconico manifesto “We Can Do It!” associato a Rosie the Riveter e al movimento delle donne salariate che lavoravano durante la II Guerra Mondiale.
A questo punto, è diventato talmente riconoscibile da essere spesso parodiato o adattato per svariati usi (incluso vendere prodotti di pulizia per la casa). L’immagine è percepita ampiamente come simbolo della crescente legittimazione delle donne e come segno dei grandi cambiamenti di genere che ci furono negli anni 40.
Nel loro articolo Visual Rhetoric Representing Rosie the Riveter: Myth and Misconception in J. Howard Miller’s “We Can Do It!” Poster, James Kimble e Lester Olson sostengono che l’interpretazione del manifesto che abbiamo adesso non sia la stessa di quando è stato creato.
Mentre il manifesto è spesso descritto come un elemento di reclutamento da parte del governo (Kimble e Olson nell’articolo forniscono parecchi esempi di una non accurata attribuzione di una serie di fonti), di fatto, è stato creato da J. Howard Miller come parte di una serie di manifesti per la Westinghouse Electric and Manufacturing Company – il logo Westington è chiaramente visibile subito sotto il braccio della donna, e la spilla sul colletto della sua camicia è la spilla degli impiegati dello stabilimento, incluso il numero identificativo dell’impiegato. Il War Production Co-ordinating Committee era un comitato interno alla Westinghouse, simile a quelli che furono creati da molte compagnie durante la guerra, non un ente governativo.
Per chi osserva il poster oggi il presupposto è che generalmente si tratti di un manifesto di reclutamento per la forza lavoro rivolto alle donne, o che in generale le incitasse – un precoce esempio di marketing del girl power volendo – e che fosse molto diffuso. Ma i fruitori finali erano solamente gli impiegati della Westinghouse. La compagnia aveva commissionato ad alcuni artisti la creazione di manifesti da appendere all’interno dello stabilimento Westinghouse per particolari periodi di tempo; questo manifesto dice specificatamente “Appendere dal 15 Feb. al 28 Feb. [1943 NdR]” scritto in piccolo in basso a sinistra. Non c’è nessuna prova che sia stato diffuso ad un pubblico più ampio. Infatti il manifesto non identifica la donna come “Rosie” e non è chiaro il fatto che all’epoca debba essere stata identificata da chi la guardava immediatamente come “Rosie the Riveter”.
L’immagine più nota, e che più spesso è stata confusa con il poster “We Can Do It”, era la cover del Saturday Evening Post del 29 Maggio 1943 disegnata da Norman Rockwell.

Qui, la donna è dichiaratamente collegata all’idea di Rosie the Riveter, sia dal nome sulla scatola del pranzo sia dall’attrezzatura che possiede. È più muscolosa della donna del poster di Miller, è sporca e i suoi piedi poggiano su una copia del Mein Kampf di Hitler. L’immagine di Rockwell presenta la donna come una parte vitale dello sforzo bellico; il suo lavoro aiuta a sconfiggere i nazisti. L’immagine, inoltre, ha meno dettagli che la rendono attraente in una maniera convenzionale rispetto a quella di Miller, dove la donna ha ciglia truccate e unghie dipinte.
Kimble e Olson s’interrogano sul messaggio di legittimazione femminile che si presuppone sia il punto centrale del poster “We can do it!”. Noi vediamo il poster da solo, attraverso la lente di una narrazione sulla II Guerra Mondiale nella quale le casalinghe lasciano all’improvviso la cucina per lavorare nelle fabbriche. Ma i lavoratori della Westinghouse l’avrebbero visto in un contesto diverso, inserito in una serie di manifesti appesi nello stabilimento, con immagini e testi simili. Nel vederlo all’interno di una serie, piuttosto che come immagine singola, Kimble e Oslon sostengono che il “noi” collettivo in “We Can Do It!” non avrebbe indicato le donne, ma gli impiegati della Westinghouse, i quali erano abituati a vedere queste dichiarazioni nella zona dello stabilimento a loro riservata.
Sicuramente avere una donna che rappresenti un impiegato di fabbrica generico è degno di nota. Ma la nostra lettura del manifesto come emblema femminista si sofferma sull’idea che questa lavoratrice stia incoraggiando altre donne. Gli autori, comunque, propongono un’interpretazione meno legittimante se si pensa al poster non nell’ambito del femminismo, ma in quello della classe sociale e delle relazioni di lavoro:
…la Westinghouse ha usato “We Can Do It!” e altri manifesti di Miller per incoraggiare la cooperazione tra donne nell’interesse e in quei valori relativamente conservatori della compagnia in un’epoca in cui sia il sindacalismo che il comunismo stavano diventando questioni polemiche per molti lavoratori… (p. 537)
…identificando i lavoratori nel “noi”, il pronome offusca le aspre controversie sul luogo di lavoro riguardanti comunismo, caccia alle streghe, discriminazione e altre profonde cause di divisione. (p. 550)
Una delle funzioni più importanti dei comitati aziendali di guerra era quella di gestire il lavoro e di scoraggiare ogni tipo di polemica che potesse sconvolgere la produzione. Da questa prospettiva, l’immagine dei lavoratori felici che supportavano lo sforzo bellico e/o le capacità dei lavoratori sono servite come propaganda che incoraggiava i lavoratori a identificarsi gli uni con gli altri e ad agire in gruppo; “il patriottismo poteva essere invocato per evitare scioperi e bollare i lavoratori agitatori come anti-americani” (p. 562).
E, come Kimble e Olson illustrano, la maggior parte dei manifesti di Miller non include nessuna donna. Quando lo fanno, enfatizzano una femminilità convenzionale e la sfera domestica (ad esempio una donna molto truccata che saluta il marito mentre va al lavoro).
Sicuramente oggi il poster “We Can Do It!” è visto come un’icona femminista, su tazze, magliette, calendari e magneti per il frigorifero (io ne ho uno). Kimble e Olson non spiegano quando né come c’è stato questo slittamento di significato – quando l’immagine è passata da sconosciuto elemento di propaganda aziendale in tempo di guerra, simile a molti altri, ad un’immagine pop della legittimazione femminile ampiamente riconosciuta. Ma offrono un’argomentazione convincente sul fatto che le nostre percezioni dell’immagine coinvolgano una considerevole dose di myth-making storico che contribuisce a oscurare la discriminazione e l’opposizione che molte donne affrontarono nel lavoro salariato anche nel culmine dello sforzo bellico.
Traduzione di Antonio Caruso





