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26 Nov 2012

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Il migliore dei mondi possibili. WYTYA
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di Francesca de Cesare

 

WYTYA sembra un ritratto collettivo. Un mosaico di immagini fotografiche e testo, sconnesso, autarchico di parole in codice libero. Il bello è che guardo e non ci capisco niente, non ci sono spiegazioni d’intenti, solo dozzine di fisionomie e parole in controparte. Poi mi sento stupida a voler capire, perché basta leggere il nome del progetto ed è tutto chiaro, luminoso come i toni del bianco e nero usato: WORDS YOU THINK YOU ARE. Mi arriva come un motto di una verità, e come atto consecutivo e ovvio mi chiedo: «Che parola ti daresti per definirti?». Silenzio, nel senso effettivo che taccio, non so rispondere a questa domanda. Poi ne comprendo il motivo. Provo a spiegar(me)lo.

Ogni “tessera” di WYTYA è composta da un ritratto e da una parola, insieme, inscindibili. Una parola che sia rappresentativa del soggetto, che si fa attivo perché è lui stesso a pronunciarla, ed ecco che entro nel campo del simbolico poiché la parola assume la stessa valenza di un segno grafico, cede parte del suo significato originario a favore di un significante tutt’altro che privato. E mi piace, perché non ho a che fare con un vocabolario che ha la pretesa di definire, descrivere o analizzare, ma allude, enuncia, accenna, lascia sospesi. Questo mi rassicura.

Ciò che è ritratto è il volto, il nido dell’identità, l’apice geometrico del corpo. È un volto che si reinventa pensando a una parola da darsi: si passa dalla parola pensata e parlata alla parola scritta, la quale acquista quella stessa certezza che lo scatto fotografico rende a una visione. Mi ritrovo a osservare tanti documenti di nuova identità. Dal simbolico si è passati all’azione, resa possibile solo dalla relazione col soggetto, instaurata e voluta da chi ritrae. Allora tale certezza d’identificazione fra fisionomia e pensiero è solo presunta poiché si regge sul rapporto con l’altro che sta di fronte, sulla partecipazione di almeno due “giocatori”, l’uno e l’altro, il guardante e il guardato, chi ascolta e chi parla.

È l’autore che decide l’attimo dello scatto e fissa una tale espressione del volto piuttosto che un’altra, quindi, che sia chiaro, la fisionomia può deliberatamente dissonare dalla parola usata, e al diavolo tutte le teorie della fisiognomica e della patognomica pure. L’autore ruba l’inclinazione interiore del soggetto, al quale lascia l’arbitrio del linguaggio parlato: è un baratto, uno scambio. Chi fotografa sceglie cosa ritrarre, ci restituisce ciò che vede, e di conseguenza ciò che è… mi accorgo che WYTYA è, piuttosto, un auto-ritratto partecipato. A proposito, andate alla voce LEIBNIZ: se c’è un punto di sutura tra un inizio e una fine, una coordinata temporale che per assurdo si volesse dare a un sistema simbolico sarebbe esattamente lì.

WYTYA potrebbe svilupparsi all’infinito, per quanto mi riguarda, con l’andamento parabolico di un universo in continua auto-genesi.

 

Curiosità 1: Leibniz tentò di formulare un “alfabeto del pensiero umano” (mathesis universalis).

Curiosità 2: Lavater, uno dei fautori della fisiognomica, sosteneva che il fisionomo è un poeta perché è in grado di resituire attraverso le parole la verità del carattere del soggetto. Di contro Lichtenberg, creatore della patognomica, accusava Lavater di scambiare dei ritratti inventati con delle descrizioni vere, ma diceva anche che solo ciò che è volontario può qualificare la persona.

Corollario alla Curiosità 2: mi perdo in sproloqui che mi distraggono dal guardare. Quindi ritorno alle fotografie e benedico il silenzio iniziale, anche se… una parola è sorta, una parola che vorrei dire: ICONA. Ma non vale, è la mia definizione di ciò che vedo, non è ciò che pronuncerei nell’attimo in cui fossi guardata e ritratta. Lo inventerei sul momento. Ci si potrebbe reinventare e rinascere mille volte, a discrezione dell’autore ovvero attraverso i suoi occhi.

 

Martina Magno

Non si può dire ciò che è, perchè WYTYA è sempre quello che sembra.

La fotografia è come una sveglia al mattino. Per aneddotica però WYTYA nasce da un sogno, come praticamente tutte le cose che faccio. Ricordo di essermi svegliata e aver disegnato i tasselli. E coerentemente ai sogni, WORDS YOU THINK YOU ARE ha iniziato ad assumere una rete di significati e di utilizzi possibili. Di solito ogni partecipante ha il suo, io ho il mio / i miei, la cosa interessante del progetto è la sua capacità di essere ufficialmente declinabile, di ricoprire funzioni differenti in base alle circostanze. Dall’abc dell’idea su carta, nottetempo si sono realizzati i primi shooting, il blog, le stampe, le prime pareti di immagini, un gruppo che collabora al di là dei click, partnership con eventi e rassegne culturali, fino all’ipotesi ri-astrattiva (di cui non parliamo). La forza trainante di un’operazione del genere è la curiosità intellettuale – mia, vostra? – riguardo all’effetto imprevisto delle connessioni tra sé e sé (auto definizione) e quello imprevedibile che si instaura tra sé e gli altri (network stile banca del tempo). Sì, a parte il bisogno di creare una lunghissima poesia neo-post-dadaista con tutte le parole raccolte.

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1 Comments
  1. 28-11-2012

    Brava Francesca, Bravi Caltari

    Rispondi A.

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