
Trovo un libro: Il libro della terza classe elementare. È stato stampato nel 1936 o anno XV dell’Era Fascista nello Stabilimento Tipografico di A. Vallecchi di Firenze con i tipi dell’Istituto Poligrafico dello stato. Ha 235 pagine, i testi sono a cura di Nazareno Padellaro, mentre le illustrazioni bicromatiche, arancioni e blu - meno frequenti marrone e blu e gialle e verdi - sono di Carlo Testi. È un libro di letture che doveva aiutare a formare i piccoli fascisti nella cultura fascista. Contiene piccole favole, esaltazioni della vita militare, aneddoti sui santi, istruzioni sulla vita fascista, poesie di Giulio Salvadori, Diego Valeri e Angiolo Orvieto e D’Annunzio, Pascoli, Pirandello e Carducci.
La miscela di elogio della forza e della volontà, racconti ecumenici, canzoni come Manganello, Manganello, paesaggi agresti, retorica bellicofamiliare e racconti surreali come quello della vanga che si arrabbia con un cucchiaio, e molti meno elogi del duce di quanto mi aspettassi, mi fanno immaginare lo sforzo che il Padellaro ha dovuto fare per scrivere i testi con un busto di Mussolini che lo guardava accigliato, nel suo piccolo ufficio del ministero della Pubblica Istruzione.

Il tono generale è a tratti lezioso, ossequioso e assolutamente certo di quello che dice. Vale su tutti il brano nonsense intitolato I Due Saggi, posto sulla pagina sinistra a fianco di un duce, che ci offre un esempio interessante di quello che veniva ritenuta, forse, un’argomentazione e che dimostra invece un’ottusità irritante:
Un uomo andò a trovare due sapienti e disse loro: - Desidero convertirmi. Ma metto questa condizione: voglio imparare la legge in un istante. Uno dei sapienti montò in collera e maltrattò il novizio; l’altro invece rivelò la legge con poche parole e lo convertì. Anche noi possiamo rivelarvi tutta la nostra legge e tutta la nostra fede di fascisti, in un istante. Basta una parola sola: DUCE!
La cosa che mi ha più stupito è l’uso della Natura come elemento integrante della propaganda e che forma, insieme a Stato e Chiesa, la triade di elementi che sorregge tutta l’impalcatura della retorica fascista di questo libro, che come vedremo si può ridurre a Dio e Stato, messi nell’ordine e nei rapporti che più vi piacciono.

Un brano con protagonista don Bosco si intitola Il Grigio e inizia in questo modo:
Il Grigio è il padre di tutti i cani poliziotti. Nessun cane come il Grigio può vantare imprese tanto audaci. Alto, muso appuntito, orecchie diritte, coda a pennacchio. Semina il terrore tra i bricconi, ogni qualvolta tentano di assalire un sacerdote, don Bosco, il santo dei birichini.
La storia continua raccontando del primo incontro tra Grigio e don Bosco e di come questo supercane salvi la vita di un santo tanto amato.
Inutile offrirgli da mangiare, perché non toccherà mai cibo. Ogni qual volta don Bosco correrà pericolo, balzerà all’improvviso e insegnerà ai bricconi, almeno i santi, bisogna lasciarli stare.
Il buon Grigio viene presentato così ai bambini, non come un cane qualsiasi ma come capostipite di tutti i cani poliziotto, come un cane dello Stato fascista che protegge i santi.

Dopo i cani poliziotto è il fascio littorio a diventare amico dei bambini e lo fa raccontando la storia della Betulla: “audace” e “utile”.
Distillatene il legno e avrete un olio medicamentoso. Volete una bevanda simile alla birra? Raccogliete la linfa della betulla. La corteccia vi servirà per conciare il cuoio. E poi ché la betulla non dimentica nessuno, offre volentieri il suo legno per lo scheletro dei giocattoli.

E poi ancora lo Stato fascista, paragonato ad un grappolo d’uva, usando in maniera splatter la storia di un acino d’uva.
Un acino d’uva si stacca dal grappolo e cade per terra. Acino imprudente! Sai qual è la tua sorte, ormai? Calpestato, andrai a finire nell’immondizia. Povero acino! In un momento hai perduto tutto. Il tuo sangue, dico il tuo succo zuccherino, che doveva mutarsi in stille color ambra o color rubino, è ora una macchia guardata e contesa dalle mosche.
E poi continua in maniera piuttosto chiara sulla metafora utilizzata:
Ciascuno di noi, fuori dello Stato avrebbe la stessa sorte dell’acino caduto. Le leggi dello Stato, ci legano, ci sostengono e fanno di noi un blocco prezioso. Se l’acino vuol staccarsi dal grappolo perché la pensa diversamente, è perduto. Così è perduto chi non fa la volontà dello Stato. […] Agli adulti questo si fa intendere con le parole: “Tutto è nello Stato e nulla fuori dello Stato.” Voi però comprendete meglio l’esempio dell’acino e del grappolo.
L’uva torna dopo qualche pagina in un brano piuttosto lirico che stranamente non è stato posto prima della similitudine tra grappolo e Stato. Il Padellaro sapeva infilare la propaganda anche quando non sembrava, in maniera sottilmente più inquietante (ma aveva anche guizzi di buona scrittura). La vigna è un altro degli elementi naturali ammantati di austerità e santità. La vigna è un’entità lavoratrice, generosa e umile, probabilmente come sarebbe dovuto essere l’italiano fascista, ed è la pianta, insieme al grano, che compariva più spesso nella propaganda.
Quando si vuol dire bene del vino, si dice che è generoso. Ma nessuno parla della generosità della vite. Come il grano, la vite non pensa a se stessa. Niente lusso per i fiori. I fiori della vita, come quelli del grano, sono così umili e nascosti che nessuno li nota. Chi pensa a dire una gentilezza al fiore della vite o a quello del grano? Tutte le lodi sono per le rose, i garofani, le viole, le gardenie. Queste ultime con il loro profumo fanno un grande schiamazzo per farsi ammirare da tutti. Non avete però ancora finito di guardarle che sono appassite. La vite non bada alla bellezza. E come potrebbe essere generosa, se pensasse solo a far bella mostra di sé? Il tronco della vite fa venire una gran voglia di ridere tanto è nero, nodoso, contorto. E poi che secchezza! Non parliamo dei sarmenti lunghi, senza grazia, che non sanno come stare in piedi. I viticci sono graziosi, specialmente se sanno attorcigliarsi capricciosamente. Le foglie rassomigliano a mani che vogliono proteggere. Ma non passa molto, e il solfato di rame le insudicia. Che importa! La vite vuole sacrificarsi per gli altri; e anche mal vestita, prepara il suo frutto che avrà il colore del sole e quello di certi occhi di bambini bruni. Non occorrerà per cogliere i grappoli, arrampicarsi, poiché la vite si lascia spogliare anche da un bambino. Anche in questo essa somiglia al frumento che è così alla mano. Come si farebbe, per esempio, se per mietere il grano, fosse necessario arrampicarsi? Chi è veramente generoso, dà tutto se stesso e non trattiene nulla per sé. Che gioia la vite, quando ha maturato il suo grappolo! I canti in tempo di vendemmia sono lieti e sembrano razzi in pieno sole. I grappoli si lasciano pigiare. Il mosto bollirà nei tini e poi scenderà nell’ombra sotterranea delle cantine, ove rimarrà immobile fino a quando le prime nebbie annunzieranno che l’inverno si avvicina e che bisogna premunirsi contro il freddo. Allora si spillerà il primo vino della botte. Non basterà che abbia buon gusto, ma deve avere un bel colore, perché deve rallegrare il cuore degli uomini. Ci possono essere tante tristezze e tante pene! Un po’ di vino con il suo sapore, con il suo colore, con il suo calore, infonderà letizia. Le tristezze e le pene dei fanciulli si cancella con la carezze, tanto sono lievi, anche quando fanno sgorgare lacrime. Niente vino, perciò. Se ne bevessero diventerebbero più tristi e meno forti. La vite ha tuttavia pensato a loro. Il grappolo, anche per la sua forma, sembra proprio fatto per i bambini. Come sono piccoli, in confronto ad altri frutti, i chicchi d’uva; ma quanto sono numerosi! Come accontentare infatti i fanciulli che dicono sempre: - Ancora, ancora! E poi piluccare un grappolo d’uva è divertente come un giuoco.
Tutta questa natura, sempre benevola porta un sottotesto logico che potrebbe essere riassunto in questo modo:
Natura = Dio
Natura = Qualsiasi elemento della propaganda
Qualsiasi elemento della propaganda = Dio
La faccenda messa a questo livello è molto interessante perché scompare qualsiasi elemento politico e sociale e tutto viene rimesso a Dio. Come si può criticare qualcosa, qualsiasi cosa sia essa un biplano, un moschetto o altro se viene direttamente da Dio?
La metafora è usata, come sempre nella propaganda, in maniera arbitraria e rigida, come prova evidente della veridicità di quell’affermazione e non solo come accostamento poetico.
Un brano sulla Marcia su Roma termina con una metafora di grande suggestione che per fortuna non si potrà mai avverare:
Una nuova Roma è sorta: la più bella, la Roma del Fascismo. Oh, se Roma si potesse sollevare, come si solleva un’ostia per mostrarla a tutti gli Italiani e al mondo intero!
Manganello Manganello
Manganello, manganello
che rischiari ogni cervello,
mai la falce ed il martello
su di te trionferà.
Dove è nato Garibaldi
dove è morto Corridoni
disertori né ribaldi
non saranno mai padroni.
Manganello, manganello
che rischiari ogni cervello,
ogni eroe dal suo avello
l’opra tua benedirà.

