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20 giu 2012

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Caltari

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Cioènelsenso. Discorso sulla lingua di Nicole Minetti
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audio da Bonsai.tv

di Lucia Re

Se è vero che un discorso sulla lingua implica, se non addirittura è sempre, un discorso politico (ed è vero) nulla come il caso della telefonata istruttoria (istruttiva, informativa – “briffativa”?) risalente a fine estate 2010 di Nicole Minetti a una delle ragazze ospiti di Berlusconi, può essere un punto di partenza valido per collaudare un’ipotesi relativa al rapporto che intercorre tra lo stato della nostra lingua e la sua attuale funzione culturale.

In questa porzione di materia linguistica della durata di quasi tre minuti è notevole la quantità di oggetti indicatori – spie di un mutamento prettamente linguistico per alcuni versi, metalinguistico per altri – capaci di catturare l’attenzione: si può dire che ogni due-tre secondi Nicole Minetti dà occasione di riflettere su annose appassionanti questioni (quindi forse la si dovrebbe ringraziare per questo? No, nessuna ironia.)

Questi gli elementi-spia che ricorrono all’interno della telefonata-prontuario, i segnali di un qualcosa che va ben al di là della sola necessità di comunicare un messaggio:

- Amica chips.

- The boss of the boss.

- Ottimo! (ripetuto due volte).

- Amica.

- Ti volevo un attimo briffare sulla cosa.

- Nel senso… giurami che non ti prende male… nel senso cioè.

- Ne vedi di ogni (ripetuto due volte).

- Non ti prende male.

- Per l’amor del cielo.

- Cioè nel senso… la disperation più totale, cioè capirai…

- Gli prende bene.

- No, no, cioè… io lo dico nel senso per… cioè nel senso.

- Detto fuori dai denti.

- E via andare.

- Era giusto per… nel senso capito…

- Cioè nel senso… non è che adesso… cioè voglio dire…

- Sono gasata dura.

- Ascolta, amica chips, tu a che ora arrivi in station?

Quasi nessuno tra questi elementi del discorso, preso da solo, in astratto, potrebbe incuriosirci più di tanto (quasi nessuno tranne alcuni regionalismi interessanti da un punto di vista dialettologico come «e via andare», «sono gasata dura», «gli prende bene/ ti prende male»); a fare la differenza, come sempre, sono luoghi e modi in cui si usano e si legano parole e frasi. In altri termini, lo strumento di cui servirci davanti alle espressioni minettiane (anche minanti, minatorie, minacciose) non può essere unicamente la linguistica saussuriana ma, ancor più, quella che Bachtin per la prima volta chiamava “metalinguistica”.

Saltiamo i frizzanti allocutori («chips», «amica») e le interiezioni dai toni fumettistici («ottimo!», che ricorre due volte), nonché la perifrasi riferita a Berlusconi anch’essa dai colori del fumetto che in italiano sarebbe risuonata subito più seria e meno giocosa («ho sentito adesso the boss of the boss» è sostanzialmente diverso da «ho sentito adesso il capo dei capi», o, se vogliamo tradurre letteralmente l’espressione minettiana, «ho sentito adesso il capo del capo») e avrebbe stimolato un’italiana, ma non solo, sensibilità al complotto, scalmanando in forme e colori noir l’immaginazione relativa a una fantomatica stanza dei bottoni.

Vale la pena, invece, fermarsi su «ti volevo un attimo briffare»: un attimo briffare.

Nicole Minetti nasce a Rimini e si trasferisce a Milano appena diciottenne per studiare odontoiatria; oggi ha ventisette anni e vuole “un attimo briffare” la sua amica per metterla in guardia, per non farle immaginare situazioni che tradirebbero le sue aspettative riguardo alla serata che si prepara a passare nella residenza dell’ex primo ministro. E un attimo basta, certamente basterà, considerato che Minetti sta parlando a qualcuno che non ha bisogno di essere davvero istruito punto per punto sul comportamento da adottare, ma al quale basterà al massimo dare qualche dritta. Insomma, anche l’interlocutore di Minetti sa di cosa si tratta, perché, potremmo dire, «lei è dei nostri». «Cioè nel senso… sei una di noi», avrebbe potuto continuare evitando l’ennesimo anacoluto.

Illustrazione: Bacare e larvare di Tagliamani

Briffare, quindi. Sono almeno vent’anni che i linguisti registrano un avanzamento di termini stranieri all’interno del vocabolario italiano, e lo specifico procedere sempre più spedito di prestiti dall’inglese con l’affermarsi delle neoformazioni che ne derivano, create spesso attraverso facili meccanismi di prefissazione o suffissazione. Dunque, a brief (in inglese, sia aggettivo col significato di «breve, laconico», che verbo con quello di «informare, ragguagliare, dare direttive a») basta aggiungere la vocale tematica della prima coniugazione -a più il morfema desinenziale -re e legare il tutto al tema brief- con una -f in più; in questo modo, analogamente ad altri casi di produzione di nuove parole dall’inglese, abbiamo un verbo neonato formato su un lemma straniero[1].

Facile. Sempre, tutti, usiamo parole prestate da altre lingue senza nemmeno saperlo. Il fatto è che in questo caso l’uso di “briffare” non è neutro, perché in una circostanza del genere è effettivamente più giusto – e in questo senso Nicole Minetti è padrona della sua lingua – usare il nuovo verbo “briffare” piuttosto che “informare”. Briffare è qualcosa che si fa velocemente; nel linguaggio del marketing un briefing è una riunione veloce spesso improvvisata che deve condurre a una decisione altrettanto rapida, un riassunto sommario di aggiornamenti fondamentali; rimanda alla brevità dell’azione, a un tempo corto, non è solo un’informazione, è fare un resoconto spedito di un qualcosa, non è un istruire lento e profondo, non c’entra nulla col riflettere e l’indagare, è un fare luce su alcuni punti in maniera veloce e sbrigativa. “Briffare”, dunque, è un termine più che contemporaneo; è il termine del contemporaneo. E Nicole Minetti, in questo senso, è come se ci minacciasse con la sua contemporaneità e allo stesso tempo la mina, ne mina le fondamenta.

La velocità, come atteggiamento risolutivo della mancanza di tempo espressa dalla parlata minettiana, attraversa, tramite diversi espedienti linguistici, i due minuti e cinquantacinque secondi della telefonata che a un certo punto ci sembra siano più lunghi. Come se il suo essere sbrigativa e ammiccante fosse in grado di deformare la nostra percezione del tempo tanto da darci l’impressione che Minetti parli per più di tre minuti, che parli per ore, perché lei parla sempre così, ogni giorno, e tutto attorno, il tutto attorno ci parla così. Minetti ci parla quotidianamente e in ogni luogo e noi parliamo lei, la sua lingua, la sua cultura e da questa ci facciamo passivamente parlare. Abitiamo una lingua automatica, distratta, ripetitiva e quindi pericolosa. Fatto che sembra andare a braccetto con la complicità espressa dalle varie forme di anacoluto, dalle varie pause che trasposte in grafia verrebbero trascritte con i puntini di sospensione – il segno di interpunzione che più di tutti esprime allusione – reiterati fino a diventare tic nell’espressione «cioè nel senso…».

Nicole Minetti va di corsa, è impegnata, ha mille cose da fare e non può certamente finire le frasi, non può mai finire le frasi ma soprattutto non deve finirle mai, e non perché qualcuno gliel’abbia suggerito o addirittura ordinato, ma perché non ne ha bisogno; è tutto un cioènelsenso e la ragazza dall’altra parte del telefono lo sa, lo saprà, e se non lo sa saranno problemi suoi, insomma lo deve sapere in quale senso. «Cioè capirai»: Minetti lo dice non solo perché la sua è una parlata che, procedendo per automatismi e tic, in nessun modo riesce a elaborare una formazione sintattica o lessicale che si distacchi dal già sentito, ma soprattutto perché quella ragazza effettivamente capirà ciò che deve capire e non c’è proprio alcun bisogno di specificare cosa (e se ce ne fosse bisogno non ce ne sarebbe il tempo).

Nessuna specifica, nessuna precisazione, l’anacoluto come ammiccamento: ancora una volta la vaghezza come cifra del contemporaneo.

E di nuovo Minetti mette le mine, mette paura.

Riferendosi poi a un certo Simo lei stessa parla di qualcuno che «c’ha tutta una sua idea delle cose che comunque è quella che possono avere chi non conosce e chi non sa». Quindi è fondamentale sapere per capire. Se sai automaticamente, autisticamente direi, capisci. Sembra non esistere la possibilità in cui sai e non capisci, perché altrimenti non saresti venuto a sapere, se non capissi immediatamente cosa facciamo e di cosa parliamo non saresti «dei nostri» e non si potrebbe ammiccare o essere veloci. Ci si può permettere di essere veloci solo con chi a priori conosce l’elemento referenziale in questione, dunque un esperto. Come i medici, per esempio. Insomma, quello di Nicole Minetti è un linguaggio tecnico. E le alternative che si prefigurano diventano subito dicotomia: o parli con un esperto oppure devi impegnarti a prendere/perdere tempo per spiegare, spiegarti e dispiegarti, magari anche per dimenarti. Ma non c’è tempo né necessità.

È passato poco più di un anno e mezzo da quella telefonata che sembra racchiuda in sé, tra le tante spie, anche il venir meno della possibilità di spiegare, di fermarsi a spiegare, perché per spiegare bisogna necessariamente fermarsi, nonché della possibilità di insegnare nel senso più originario, insegnare qualcosa a qualcuno, magari anche una lingua, vale a dire compiere un’operazione culturale, informare approfonditamente e non solo “briffare”. A venir meno è soprattutto la possibilità di parlare senza essere complici – penso addirittura all’eventualità di parlare con una persona straniera e non solo con dei termini stranieri – proprio là dove diventa più difficile, e nessuna complicità viene a soccorrerci.

Sembra inconcepibile l’incontro di zone a basso rischio ammiccamento, sperimentare territori in cui sarebbe invece umano un umano ammaccarsi piuttosto che un quasi virtuale ammiccarsi, fuggire i luoghi dell’occhiolino in virtù della capacità di creare nuove forme “sintattiche” di interculturalità, allenare questo tipo di sforzo piuttosto che appigliarsi meccanicamente all’uso e riuso monotono di locuzioni avverbiali facili a diventare proverbiali – e il proverbio è per antonomasia il già detto, il già sentito, conserva, rimanda e ripete e non è quello che ci tornerebbe utile, adesso, ripeterci.

[1] Treccani attesta il neologismo con la forma grafica di “brieffare”, mentre il sito di Repubblica, come quello del Sole24ore e altri, italianizzandolo anche nella scrittura, riportano direttamente “briffare”.

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Tags: briffare, intercettazioni, Nicole Minetti, Silvio Berlusconi
Caltari 5 commenti Segni Condividi
4 Comments
  1. 22-6-2012

    Nicole Minetti mi disturba per molti aspetti, alcuni ovvi, altri – come quello comunicativo-linguistico- meno scontati. Trovo molto interessanti i significati sociolinguistici, psicologici, culturali ecc. che stanno dietro ad una persona che ha un modo di parlare così dozzinale, giovanilistico e sboccato. Ottima critica, sottile e brillante.

    Rispondi Erica
  2. 23-6-2012

    A me della storia di Nicole e le sue cubiste oltre l’eccesso di neolingua m’ha stupito il cote’ maschile. Che un anno e mezzo fa descrivevo cosi’:
    http://panofski.posterous.com/the-dark-side-of-bunga-bunga

    Barney

    Rispondi Barney
  3. 29-6-2012

    bel pezzo, tra l’altro il dialogo è ottimo per spiegare i giochi linguistici di wittgenstein

    Rispondi renatamorresi
  4. 13-9-2012

    che dire ?—tutto torna………..
    la critica è molto intelligente e ben scritta………e ripeto : tutto torna…
    Vi aspettavate forse qualcosa di diverso da codesti “personaggi” ?
    Ma, se come dice una canzoncina che si canta alle elementari …”il futuro dei bambini non fa rima con Gelmini………” starà a noi affinchè il futuro abbia linguaggi, idiomi e facce diverse.
    Ricordiamocene quando e semmai andremo a votare.

    Rispondi carlotta n.

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