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24 mar 2010

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Il Corpo e le Stanze in quattro Atti
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C’è come un dolore nella stanza, ed
è superato in parte: ma vince il peso
degli oggetti, il loro significare
peso e perdita.

Amelia Rosselli

[gli autoscatti di questo articolo sono stati rimossi successivamente per volontà dell’autrice]

Ho conosciuto Daniela nel corso di un workshop artistico un paio di anni fa; tra le attività vi fu una sorta di gioco delle differenze a cui parteciparono ragazze e ragazzi di culture molto diverse. Ricordo ancora il suo sguardo pacato, di una leggerezza pensosa, che vedeva il confronto con l’altro come estensione ovvia del pensiero individuale. Quello sguardo mi è rimasto impresso come un’immagine di spirito d’artista naturale, immune da sofisticazioni. Daniela Ardiri si è espressa nel tempo attraverso la pittura, il video e la fotografia.

Con questo lavoro fotografico e insieme a Daniela, l’Archivio inaugura un’indagine nuova, sullo spazio personale, sulle stanze, città private, e il volume del corpo tra le pareti, sui metodi per ritrovarsi e accettarsi nel riflesso dello specchio, sul dialogo con gli oggetti, con i fantasmi e con le memorie di cui si popolano questi luoghi discreti. Abitare lo spazio stanza è l’occasione della tregua dall’esterno, ma significa anche consumare la convivenza con se stessi, accomodandosi in un vuoto arredato, sottostando ai giochi di luce, alle condizioni oggettive della geometria, ai ritmi e agli umori dell’accoglienza e dell’isolamento, cercati o casuali.

L’Archivio Caltari spalanca le finestre nel mondo di Daniela Ardiri per accogliere le sue attuali e successive suggestioni sul tema e quelle di chiunque altro abbia qualcosa da aggiungere.

Giusi

Quattro Atti

di Daniela Ardiri

[foto rimossa]

Risveglio

Mi sono svegliata tardi questa mattina. Rotolavo piacevolmente fra le lenzuola ancora tiepide, e dopo esser rimasta in sospeso per un paio d’ore fra la voglia di continuare a sognare e il dovere di vivere nel quotidiano, ho cercato sollievo in una doccia calda, ho scrutato il mio volto allo specchio, i capelli spettinati dal sonno e mi sono rivista giocare e ridere, come da bambina, sotto il tavolo in cucina.

[foto rimossa]

F.W.

Un pomeriggio in casa, pensando a Francesca Woodman. Avrei voluto provare la sua stessa sensazione, vedermi sospesa e appesa. Avrei dovuto fare il cambio armadio questo pomeriggio, il freddo è arrivato, ma non ho resistito: a fatica ho infilato un paio di collant neri taglia M e ho scattato.

Inutile aggiungere che durante il primo scatto sono caduta.
Inutile sottolineare che a lei sia venuta meglio.

[foto rimossa]

Å la titus

I miei capelli sembrano cresciuti, sarà l’aria di Parigi.

Note: dopo tre anni e mezzo mi sono ritrovata a Parigi; dopo tre anni e mezzo mi ritrovo fra le mani Alcools di Apollinaire, edizione più recente dello stesso libro che mi hanno regalato di tre anni e mezzo fa. Mi ritrovo negli occhi quella ragazza, spettinata - asciugamano al petto - in quel quadro piccolo, in quella stanza al Louvre.

[foto rimossa]

Ma poi vivo

Negli ultimi giorni le palpitazioni sono frequentissime, a volte lo sento in gola il cuore, spingere per uscire, e dove se ne vuole andare non lo so.

Note: poche ore prima piangevo, piegata in due; pensare a Matthew Barney mi ha fatto venir voglia di giocare con l’uva, come da bambina, sotto il tavolo in cucina.

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4 Comments
  1. 24-3-2010

    Gran bel post.
    Immagini e parole molto personali e condivise con chi legge.
    Mi piace questa incursione nelle stanze e come nelle foto la presenza umana lasci spazio alle cose intorno per tornare poi come racconto, confidenza e viaggio nella memoria.

    Rispondi Redman
  2. 25-3-2010

    è pur sempre sconvolgente quanto si possa interiorizzare il mondo sino a replicarlo nelle sue inattese “cadute” domestiche. a Verona - come in tante altre città - ci si vanta in questi giorni di aver installato un sistema integrato di videosorveglianza, collegato con un cervellone elettronico che sarà capace di monitorare e controllare la vita pubblica delle persone. e la vita privata? forse inconsapevolmente messa in ginocchio, essa si riapre al mondo nelle forme più diverse. dal dialogo solipsistico col quiz televisivo, al dialogo differito col mondo dell’arte. un dialogo di una solitudine estrema nella sua “momentaneità”. la stanza è il mondo nei suoi retroscena, nei suoi retrobottega (“La pioggia nera” di Simenon). montature e cadute, alla fine ci si “finisce”, in un impeto di suicidio estetico a gambe divaricate a partorire una giornata - forse - diversa. con lo sguardo misto tra colpa infantile e attesa di una complicità differita. “Sono come te” - potremmo dire, ma è troppo tardi. l’uva partorita, a quest’ora sarà finita dispersa nella stanza. le piastrelle squadrate descrivono il destino ineffabile della vita privata. ma nel mondo dell’arte - della pubblica “stanza” - potremmo ritrovare qualche acino d’uva per addolcire l’infausta separazione.

    R.

    Rispondi andacht
  3. 25-3-2010

    Si pensa sempre che chi scatta una foto, traccia un segno su un foglio, scrive due parole, abbia la pretesa di essere Artista. Non si considera mai che ogni forma di comunicazione, bella o brutta, giusta o sbagliata, possa nascere da una necessità più che un disagio, la necessità di sentirsi e vedersi vivere. È nella solitudine che quei chicchi d’uva appaiono dispersi, e dalla stessa solitudine bisogna uscire… in qualsiasi modo, affacciarsi dalla finestra, possibilmente della stanza migliore.
    Grazie a tutti, comunque :)

    Rispondi kelù
  4. 27-3-2010

    I commenti dell’Utente Anonimo denominato noname sono stati rimossi perchè mantenendosi anonimo ha escluso la possibilità di repliche personali e non si è preso la responsabilità delle sue offese, chiaramente personali, rivolte in primo luogo a Daniela e poi all’Archivio. Non verrà comunque introdotta la moderazione ai commenti, ma eventuali altri interventi sulla stessa linea verranno rimossi.

    Rispondi caltari

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