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21 giu 2010

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Prodigal Sons. L’incredibile storia del quarterback che diventò una regista lesbica
Caltari 7 commenti Generi e relazioni Racconti Condividi

 

Prima era Paul, il simpatico e popolare golden boy e quarterback che tutti invidiavano. Adesso, come Kimberly Reed, è qualcosa di più.



di Rick Moody



via: Details.com

È ragionevole supporre che per un quarterback delle superiori una rimpatriata con i compagni di scuola venga vissuta come un momento di trionfo. Ah, le romantiche vittorie! Ah, gli articoli agiografici sul quotidiano locale, i pic-nic a bordo campo, quegli anni leggendari– riviviamoli! Cosa può esserci di più Friday Night Lights, quindi, della cena di classe del ventesimo anniversario di Paul McKerrow, che non solo era quarterback e co-capitano della squadra di football ma anche il migliore studente della sua classe, quello votato al successo? Chi di noi ha vissuto la scuola superiore dalla panchina può solo imaginarsela, una rimpatriata così. Ma l’entrata solenne che ci stiamo immaginando è davvero di quelle che entrano nella storia locale, o è una cosa diversa? Perché Paul McKerrow, c’è da dire, non è più Paul McKerrow. Ora come ora è Kimberly Reed, regista, newyorkese, transgender. È stata Kimberly a fare il suo ingresso al posto di Paul, così confusa da indossare la targhetta di riconoscimento con il suo nuovo nome e una foto del suo vecchio sé. È stata Kimberly che nei mesi successivi ha girato al riguardo un commovente documentario, Prodigal Sons, che uscirà nei cinema alla fine di febbraio per la First Run Features e verrà trasmesso sul Sundance Channel a giugno.

Facciamo un passo indietro: c’era una volta un rispettabile oftalmologo dell’Ovest che, con la moglie, non poteva avere figli. Perciò, nel 1966,adottarono un fagottino e, come spesso accade in questi casi, riuscirono a concepire quasi immediatamente, forse persino nel giorno in cui il primo figlio arrivò a casa. Quando nacque il secondo figlio, in un vicino ospedale militare, i medici lo guardarono e dissero, “oh, è una bambina!”, epoi, “oh, un attimo…”. E quella fu la prima ironia sul suo sesso che la vita riservò a Paul. Un anno più tardi, un terzo figlio arrivò nella cara, vecchia, biologica maniera, e così, ecco i figlioli prodighi.

Marc, il figlio adottato, ebbe problemi quasi immediatamente. Incapace di concentrarsi, non fu in grado di adattarsi all’asilo e i maestri consigliarono ai McKerrow di lasciarlo indietro di un anno. Sfortunatamente Marcfinì nella stessa classe del suo fratello non adottato Paul, il ragazzo d’oro. “C’è sempre stata rivalità tra noi”, dice ora Kimberly Reed, dal punto di vista privilegiato dei suoi quarant’anni, e questo eufemismo è del tipo che solo una donna potrebbe inventare per descrivere il comportamento di un uomo.

Visto che sto già commettendo peccato di giornalismo, lasciatemi fermare e osservare che, da qualunque punto di vista, Reed, pur essendo più alta di un metro e ottanta e pur avendo il fisico snello dell’atleta è una donna di una bellezza che colpisce, cioè potrebbe benissimo passare per una donna – dichiarazione che, in certi bastioni della comunità transgender, assumerebbe un sapore politico. Kimberly Reed sembra una donna, anche se il viaggio eroico di Paul McKerrow ha reso questa cosa molto meno importante per lei, se non addirittura irrilevante. È bionda, modesta; sorride facilmente. Non ha niente di quella femminilità stoica, determinata, un po’ troppo attentamente calibrata che spesso caratterizza le donne che hanno cambiato sesso. Al contrario, Kim Reed è un po’ goffa, con l’aria della secchiona che era. Anzi, è proprio come vi aspettereste che sia una donna che è cresciuta nel Montana, i cui nonni lavoravano la terra e la cui famiglia ancora la lavora.


Ho incontrato Reed in una di quelle colonie per artisti, quella chiamata Yaddo, a Saratoga Springs, New York. Lei stava lavorando a una sceneggiatura mentre io stavo finendo il mio quinto romanzo, e ricordo bene la sera in cui irruppe nella Linoleum Room per ritirare la posta perché pensai, è altissima, bellissima, sorprendentemente normale. Non l’ennesima pazza artistoide! Avevamo alcuni amici in comune. Fui interessato e affascinato quando, una o due sere più tardi, Reed volle mostrare a un piccolo gruppo il suo film nella sala comune. Non sapevo cosa mi aspettassi da Prodigal Sons – certo non lo straziante dramma familiare che vidi, nel quale la transizione di Reed da uomo a donna è solo il primo e più ovvio livello.

Vedete, alle superiori avrebbe fatto qualsiasi cosa per essere presa per un ragazzo, al punto che “se qualcuno mi avesse torturata, a quei tempi, e mi avesse chiesto cosa provassi per il mio sesso, penso che avrei potuto resistere a qualsiasi cosa pur di non rivelare il mio segreto”, dice. Quindi la confusione di Paul risale ai suoi primi ricordi? Secondo Kim, è proprio così. Quando si guardava allo specchio temeva di vedere una ragazza, e quando giocava ai film con i fratelli - “Il dottore matto” o “Rocky”, per esempio, cercava di non interpretare mai parti da bambola (questi ruoli, quasi sempre invariabilmente chiamati “La Donna”, erano assegnati al fratello minore Todd). Sotto la superficie apparentemente placida della vita di Paul a Rocky Mountain c’era la sensazione che, sebbene fosse attratto dalle ragazze, avesse ben poco del maschio e anzi non l’avesse mai avuto. Nell’Ovest rurale, questo disagio nei confronti del proprio sesso non si incontrava di frequente, e Kim cita Renee Richards, la tennista professionista degli anni settanta (nata Richard Raskind), come uno dei pochi esempi pubblici di riassegnamento sessuale di cui fosse a conoscenza. Di fronte a tanta incertezza e tanto disagio, Paul si mascherò con l’unico travestimento che gli avrebbe fatto passare qualsiasi esame in materia di genere: Paul entrò nella squadra di football.

È vero, non si trattava certo di una squadra forte e fino all’ultimo anno non fu nemmeno titolare. Perdevano sempre, con Paul come quarterback, ma lo stesso riusciva a rappresentare molto di quello che un ragazzo immagina di volere essere, biondo e considerevolmente bello, con un sorriso irresistibile e una garbata determinazione anche quando i difensori della squadra avversaria lo atterravano. Era un ottimo leader, sul campo e fuori. “Fare il quarterback significa mettere in riga tutti questi maschiacci e riuscire a farsi ubbidire”, dice Reed. “Penso che fossi bravo, in questo. Penso di essere stato un buon leader alle superiori”. Eppure il suo ricordo delle partite importanti è di “ansia” e poco altro – l’ansia di lanciare la spirale perfetta, l’ansia di confrontarsi durante il derby con i rivali e con le loro minacce di violenza e l’ansia di poter perdere ancora. Tuttavia, una cosa che la squadra di football gli conferì indiscutibilmente fu quella cosa indefinibile, il certificato di virilità e una credibilità che, in questo caso, potrebbe avere permesso a Paul di vivere una giovinezza tutto sommato normale, al meglio delle sue capacità, una giovinezza piena di migliori amici e film e dischi e di uscite in città al sabato sera a caccia di ragazze, eccetera. Nessuno, proprio nessuno, sapeva cosa stesse accadendo sotto la superficie. A chiederle cosa sostenesse Kim nel recitare giornalmente il ruolo di Paul, Reed resta in silenzio per un attimo e poi allude a influenze accettabili come i Monty Python e Il declino della civiltà occidentale di Penelope Spheeris. Non cose da ragazza, insomma, e probabilmente più una distrazione che un aiuto, ma di sicuro fuori dai canoni della prevalente cultura Mellencamp e country-and-western del Montana. Paul trovò anche il tempo, dice, “di leggere qualsiasi libro sul cambio di sesso della biblioteca di Helena”.

Fu quando Paul McKerrow si iscrisse all’Università della California, il più lontano possibile dal Montana a studiare retorica, storia dell’arte e cinema, che iniziò a capire che avrebbe potuto e voluto diventare Kimberly. Non fu una transizione senza conflitti – nessuna transizione lo è mai – ma Reed la prese con calma (“col senno di poi comprendo ora quanto fossi in realtà giovane e quanto poco tempo mi ci volle per prendere questa decisione, ma mi sembrò tremendamente lungo, in quel momento”). Un anno oltreoceano in Norvegia alla fine degli anni ottanta in cui trascorse molto tempo da solo, portò all’inizio del cambiamento; e quando Paul si iscrisse all’Università di Stato di San Francisco nel 1990, per specializzarsi in cinema, aveva ancora poco più di vent’anni e viveva un po’ come Paul e un po’ come Kim. La Baia di San Francisco era un posto sicuro per iniziare questo duro processo, e lo stesso nonostante questo, in un’occasione, incontrando un vecchio amico, un ragazzo, mentre indossava un abbigliamento più da Kim che da Paul, scappò e si nascose dietro un albero. Gradualmente, comunque, Kim iniziò a distaccarsi da Paul e, alla fine, ci riuscì. Paul McKerrow arrivò a San Francisco come ex-quarterback e la lasciò come Kim Reed, regista lesbica.

Una rimpatriata può avere anche un altro aspetto, - quello in cui un famigerato festaiolo torna nel luogo del delitto. Qui la storia è un po’ meno luccicante, trita e ritrita. Ci sono dei rimpianti, si capisce, ma anche l’orgoglio di una adolescenza vissuta al massimo. Qualcosa del genere è successo a Marc McKerrow alla cena del ventennio della Helena High. Per comprendere Marc McKerrow occorre sapere un po’ di cose su Thrill Hill, una collina appena fuori da Helena, sulla cui sommità potreste, per dire, arrivare alla massima velocità consentita dalla Buick Riviera di vostro padre prima che la strada sterzi in un sottopassaggio con i pilastri di cemento. Secondo Kim Reed il record di velocità di Thrill Hill appartiene a Marc McKerrow; venne anche fermato dalla polizia mentre viaggiava a centonovanta all’ora sull’automobile del padre fuori Helena. Più avanti rubò anche la sua carta di credito e affittò una suite nel migliore albergo del centro e invitò tutti ad andare a festeggiare. Era solito contendersi le luci della ribalta col fratello quarterback (“non era capace di provare imbarazzo”, dice Reed di Marc); se non poteva andare bene a scuola, almeno andava alla grande nei fine settimana. O almeno, fino all’incidente. Stava guidando la sua Chevy Blazer coi vetri oscurati e la targa personalizzata BLKBLZR. Paul non c’era, stava iniziando a diventare Kim, quando il fratello distrusse il suo SUV dopo avere festeggiato a Las Vegas il ventunesimo compleanno procurandosi un grave trauma cranico.

Grave: cioè dovettero rimuovergli parte del lobo frontale. Cioè ebbe un “cambiamento di personalità”, che è il modo educato per descrivere un grave danno cerebrale, un problema di controllo degli impulsi, convulsioni. Riguardo a queste ultime, per guarirlo dalle convulsioni, Marc fu sottoposto a numerosi interventi in seguito ai quali ebbe bisogno di ancora più farmaci, sia per i sintomi neurologici che per quelli emotivi, e anche se potè sposarsi (con una donna incredibilmente paziente) e fare una figlia (molto dolce), non fu mai in grado di lavorare. A causa dei suoi persistenti problemi con la memoria a breve termine, Marc è ossessionato dal passato, dalle cose che ricorda, dai particolari della sua famiglia adottiva, le minuzie – foto di famiglia a profusione, gli sci di Paul, un cappellino da baseball che apparteneva a entrambi durante gli anni delle superiori – e ovviamente da tutte le storie di prima dell’incidente, quando Kim era Paul, quando tutti e tre i ragazzi erano a scuola insieme e lui, Marc, era “più popolare” dei suoi fratelli. Per Marc il presente – come le riunioni di famiglia, le vacanze – è solcato dal suo costante bisogno di parlare di quegli anni, di parlare delle superiori, dei bei tempi, di assegnare torti e ragioni ai membri della famiglia, dei momenti di gloria, delle ingiustizie, del fratello giocatore di football che sembra ammirare e disprezzare in egual misura (nel film, in un eccesso di rabbia, chiama Kim: Paul). A volte, quando Marc non riceve le risposte che vuole sentire, ci sono eccessi di crudeltà, sfuriate che vanno avanti per ore o, peggio ancora, esplosioni (alcune delle quali sono presenti in Prodigal Sons, con effetti macabri e dolorosi) nelle quali gli oggetti in casa, fotografie e piatti, vengono spaccati, vengono branditi coltelli, vengono urlate minacce, eccetera. Il Marc McKerrow della giovinezza era cattivo, ma cattivo in quel modo che alcuni trovano piacevole e persino divertente. Il Marc McKerrow dell’età adulta è ferito, confuso, spezzato, e assediato da ogni parte. Oscilla tra l’arrogante, il confuso e il paranoico.

Questa, insomma, era la rappresentanza del clan McKerrow per la cena di classe dei vent’anni a Helena: non solo Kimberly Reed, la regista transgender di New York, ma anche Marc McKerrow, il gaudente, ora sostituito da Marc McKerrow, lo smemorato - menomato, impasticcato e occasionalmente violento. I partecipanti alla cena, su per giù duecento, sapevano di Kim perché era tornata a casa per il funerale del padre, e sapevano di doversi aspettare che lei fosse una lei, ma quasi nessuno di loro sapeva niente di Marc. Aveva passato anni a soffrire in quasi completo silenzio e non era nemmeno riuscito a diplomarsi, così che la sua targhetta l’avevano dovuta scarabocchiare sul momento senza metterci nemmeno la fotografia.

Nei mesi precedenti alla cena, Marc aveva deciso di indagare sui suoi genitori biologici. Aveva trovato informazioni solo sulla madre. Anche lei aveva avuto una vita incasinata, vivendo in case di fortuna, spesso in cattive condizioni. C’erano molte informazioni sui nonni di Marc, perché la madre di Marc, lo spirito libero, la hippie, era la figlia di due dei più famosi personaggi del mondo dello spettacolo di tutti i tempi – grandi nomi di Hollywood. Poteva trattarsi di Rita Hayworth e Orson Welles? Quando Marc riuscì a mettersi in contatto con la madre, quando fu sicuro di volerla incontrare, lei stava morendo. Non si incontrarono mai. I nonni, morti anche loro. Comunque, dopo la rimpatriata, Marc McKerrow riuscì a incontrarsi con l’ultimo grande amore di Orson Welles, Oja Kodar, la star croata di F come falso. Corse nei Balcani per incontrarla, pur non avendo mai messo piede fuori dagli Stati Uniti. In qualche modo, come in una di quelle tipiche storie americane, dalla roccaforte dello show business Marc era finito nella famiglia di un oftalmologo là, nel paese di Big Sky. E, allo stesso tempo, nonostante la cicatrice maligna sulla sua testa, era chiaro che fosse l’immagine sputata del regista di Quarto Potere e dell’Infernale Quinlan.

Se questa storia vi sembra una farsa è solo perché un semplice elenco dei fatti non riesce a rendere conto. Potete iniziare a farvi un’idea dei lati più oscuri dei McKerrow guardando i loro filmini, che culminano proprio in Prodigal Sons. In una delle opere giovanili di Paul, “Mad Doctors”, per esempio, Marc interpreta “il bambino matto”, a cui sono assegnati eccessi di rabbia alla incredibile Hulk, e Kim è certa che anche allora stesse cercando di comprendere la sua imprevedibilità, e poi c’è Todd, che si è dichiarato omosessuale nel periodo in cui Kim stava cambiando sesso, a interpretare numerosi ruoli di donna. Anche il padre si portava in giro un rudimentale equipaggiamento video, e filmava le partite di football. Filmava le vacanze. I McKerrow sono film-dipendenti come i Friedman di Una storia americana. Quindi forse è una conseguenza naturale il fatto che nonostante l’incapacità di Kim di parlare a lungo delle sue difficoltà, lei sia stata completamente disposta a documentare quelle di Marc e lui sia stato disposto a mostrare la sua violenza a chiunque. Ho chiesto a Kim perché nella scena di Prodigal Sons nella quale viene picchiata da suo fratello, lei non lo abbia colpito in risposta. Pur rispondendomi “non colpirlo potrebbe essere stata una risposta tipicamente femminile”, non è che si sia ritirata perché portata a dare risposte tipicamente femminili (“mi sembra di stare facendo finalmente pace con entrambe le mie parti”) ma perché tiene ancora a suo fratello, nonostante le sue terribili condizioni.

Quindi, invece di demonizzare Marc, facciamo venire anche lui alla rimpatriata, a ballare un po’ sui classici degli anni ottanta o a raccontare, per l’ennesima volta, che ha un danno al cervello e non può lavorare. E forse, da qualche parte, in qualche sgabuzzino dell’albergo in questione, Marc troverà un pianoforte e si accomoderà a suonare in quel suo modo sorprendente un po’ alla Windham Hill, tutto improvvisato, piacevole, interamente spontaneo.

Il ragazzaccio avrà il suo ruolo nella rimpatriata delle superiori e sarà meno prevedibile e più complicato di quello sbruffone che era. C’è della poesia, qui, la tipica poesia del tempo perduto. E il quarterback delle superiori? Nella comunità transgender, Reed dice “è maleducazione parlare della propria infanzia” - della propria disforia di genere - “a meno che non sia necessario”.È ancora più stupefacente, quindi, che questa regista si sia presentata alla sua ventesima rimpatriata indossando una targhetta con la fotografia di Paul. E forse, nel farlo, senza nemmeno ubriacarsi dura né provandoci con la moglie del suo migliore amico né imboscandosi né rubando la mascotte della squadra rivale, è stata l’anima della festa. È stata salutata da molti dei suoi compagni di classe. Ha portato la sua compagna, Claire, e ha indossato una minigonna e ha sorriso graziosamente e ha ballato un po’, ed è stata paziente con suo fratello – e ha fatto tutto questo senza nemmeno nascondere il suo quarterback interiore, quello che conosceva la West Coast Offense e che aveva venerato Joe Montana. Anzi, fu proprio lì che iniziò a celebrare Paul. E in questo modo è riuscita a incarnare un prezioso ideale di virilità: è stata sincera su se stessa senza rimpianti e senza scusarsi con chi le facesse domande. “I numeri possono essere un po’ imprecisi”, dice Reed, “ma portate pazienza: ho passato il primo terzo della mia vita fingendo di non essere una ragazza, e il secondo terzo della mia vita fingendo di non essere mai stata un uomo”. Non molti possono dire la stessa cosa, e con questo non mi riferisco semplicemente al fatto che Kimberly Reed sappia qualcosa di vero e importante su entrambi i sessi – anche se questo è eroico. Mi riferisco a qualcosa di ugualmente raro: ha passato una buona serata.

Marc McKerrow è venuto a mancare il 18 giugno 2010.

Trad: Chiara Reali

Thx: Luca Mogini

Illustrazioni di Tagliamani, ispirate al testo

Details © 2010 Condé Nast Digital

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Tags: Documentario, Kimberly Reed, Orson Welles, Prodigal Sons, Rick Moody, Rita Hayworth, Tagliamani, Trailer, Transgender
Caltari 7 commenti Generi e relazioni Racconti Condividi
4 Comments
  1. 21-6-2010

    chi immaginava che Rick Moody fosse anche un reporter?

    Rispondi Capannelle
  2. 22-6-2010

    una storia è una storia è una storia (io ho tenuto il fiato fino alla fine. mi sono scordata della verità fino a quando non è tornata prepotente come solo la vita che accade).

    Rispondi madame psychosis
  3. 23-6-2010

    Prendo nota.

    Rispondi giadep
  4. 1-2-2011

    Ho scoperto solo ora il post… Grazie per avere riportato la storia, è molto interessante, particolarmente per me.

    Rispondi Sabrina

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