di Giusi Palomba
Che cosa succederebbe se d’improvviso scomparissero le memorie di ogni giorno? Gli appunti, i diari, i libri, i quotidiani, i file di testo, le fotografie digitali e analogiche, le agende, la posta elettronica e quella cartacea, i numeri di telefono, i codici, i vecchi usi e i nuovi linguaggi, se non fosse più possibile affidarsi a niente di tutto questo? Il risultato sarebbe un presente irriconoscibile, fatto di diffidenze e indecisioni, esitazioni. Ci aggireremmo disorientati tra i nostri simili, come in bilico tra passato e futuro, incapaci di opinioni, valutazioni e sintesi. Incapaci di ricordare e di credere.
Per uno strano paradosso sembra sia la stessa condizione provocata dall’eccesso opposto. Abbiamo a disposizione una serie infinita di accessori, di sollecitazioni e di nozioni che dovrebbe servire a renderci più informati, socialmente disinvolti, più preparati. Invece è troppo. Troppi dati conducono a un’incapacità di reazione, un po’ come l’overdose storica di cui parla Douglas Coupland. Tutta l’informazione possibile da strumento di autoformazione, finisce per provocare assuefazione: sembra impossibile distinguere il necessario dal superfluo e il vero dal falso. Potremmo paragonare la nostra condizione attuale a quella provocata da una deprivazione sensoriale?
Questo è l’humus di pensieri, o meglio il disagio, da cui l’Archivio Caltari nasce. Il punto di partenza è la mancanza di una zona franca, libera dall’ossessione della novità, dall’enfasi promozionale. Il motore è lo stordimento da eccesso di stimoli, sempre così feroci.
L’Archivio prova dunque a funzionare come un piccolo dispositivo per il passaggio da memoria a breve termine a memoria a lungo termine. In assetto da reportage perenne, punta immagini, suoni, storie, e li fissa il tempo necessario perché possano trasformarsi in qualcosa che duri un po’ più di un flash.
È un lavoro di attraversamenti. Si tratta di raccontare qualcosa degli spostamenti locali, globali e virtuali a cui siamo sottoposti o che volontariamente scegliamo di vivere. Per ragioni non indagabili ogni tappa si collega alla successiva. Lo studio dei luoghi, l’esplorazione dei generi, le passioni grafiche e letterarie, gli spazi per la ricreazione, le sperimentazioni mediali e sui registri, i dialoghi e lo spirito critico, mantengono sempre il punto di vista di coloro che nella narrazione egemone sono soltanto delle comparse.
Raccogliamo ciottoli, poche cose, proviamo a studiarle bene e lentamente, ed è un lavoro minimo e parziale, di scelte necessarie, che conservano tutti i loro limiti e le ingenuità. Per questo motivo, tutte le tracce sono aperte, sperando riescano a legarsi ad altrettanti spunti.
Caltari è un cognome collettivo immaginario, versatile quanto basta a contenere le più diverse intemperanze.
La parola Archivio dovrebbe aiutarci a non dimenticare che senza memoria non si va da nessuna parte.


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Paolo, ci parli di Ancona dunque?