Che cosa ne penso? Esemplifica bene il ritiro dal mondo, volontario, sentito e cercato non senza una certa caparbietà e carattere da parte di Emily Dickinson: aggettivi questi, che quasi nessuno attribuirebbe a lei. Eppure ha ottenuto una stanza tutta per se, il celibato, la sollevazione di qualsiasi compito che non sia la dedizione quasi monacale a nient’altro che allo scrivere. Con l’avvicinarsi dell’estraneo le si sbriciola quel mondo sospeso, quella bolla perfetta in cui afferra le parole: quelle incandescenti delle emozioni, del cicaleccio continuo delle persone del mondo con il suo ferreo inappuntabile raziocinio. Lei è una senza fronzoli. Ma l’avvicinarsi dell’altro non è solo sospensione dalla concentrazione delle parole, lei che rimette il caos al posto giusto: l’altro è terrificante, terrorizzante: è troppo presto forse e lei ci si deve abituare, deve consegnarli l’ossatura dei suoi versi, circoscriverlo, pensarlo. A volte la sua mente si ribella anche alla casa stessa che definisce “infestata”.
Non a caso, perchè la Dickinson calibrava i pesi, limava i suoi gioielli quando non si buttava a capofitto per piccoli fuochi ardenti che l’avevano fatta barcollare. Lei, che è capace di guadare il dolore, stagni interi di dolore ma se la gioia la urta, inciampa, ebbra di quel dolce liquore. Qui si rientra nello scontro-incontro con gli altri. Che il dolce liquore sia qualcuno incontrato al di là della sua stanza o che ha avuto l’ardire di bussare ai suoi vetri? Nei suoi scritti (e quindi in lei) esiste sempre questa attrazione-repulsione verso l’esterno. Da una parte c’è la natura in gran parte benevola, che Emily Dickinson attraversa con razionale ed incantata meraviglia: taglia in quattro “l’esperimento in verde” e poi permette allo stupore di salirle alle labbra, che a volte sono arse: Questi giorni febbricitanti, portarli ai boschi: These Fevered Days — to take them to the Forest - Where Waters cool around the mosses crawl – And shade is all that devastates the stillness - Seems it sometimes this would be all –
Per la Dickinson basta l’ombra soltanto a devastare l’immobilità delle cose. Le basta a sciacquare via la febbre. Ma di quale febbre stiamo parlando? Se questa febbre è febbre d’amore contiene comunque qualcosa di eccessivo.
Se questo rinchiudersi per sentire troppo sia un ipersensibilità al limite della malattia mentale non sappiamo dirlo. C’è in lei una costante disciplina che tiene in bilico cose che altrimenti cadrebbero, andrebbero distrutte. Sono il negativo della sua fragilità. “Date il balsamo ai giganti e quelli avizzirebbero come uomini: dategli l’Hymmalaia e lo sosterranno”. Così anche per lei? La disciplina ed il raziocinio per domare un animo troppo facilmente scosso e ardori nascosti? Da qui forse la sua pulsione razionale, implacabile di un pensare imbevuto di poesia e non viceversa. Ma c’è l’amore ardente e pudico, a volte sfacciatamente erotico. (Circonferenza). E poi l’impossibilità di amare, o meglio, di essere amati. C’è qualcosa di difettoso in lei che forse viene registrato anche dagli altri. In un’altra poesia che non sono riuscita a rintracciare la Dickinson paragona sè stessa a una tazza da te’ sbrecciata (crooked), che significa anche altre cose, che hanno che vedere con la morale e la corruzzione. Certe volte la consapevolezza di una malattia cronica che è penetrata sotto pelle e che mai se ne andrà assume una connotazione morale. Si è malati, quindi indegni. Forse una giustificazione, un quadro dentro al quale si traccia attorno sè stessi un significato che una volta identificato non fa più male: lei è “crooked”, sbrecciata, in qualche modo moralmente inferiore perchè non appartiene al mondo. Lei ora sa’ fissare la Medusa senza pericolo. La poesia della tazza rotta che non occuperà mai più lo stesso posto dietro la vetrina della credenza accanto al suo compagno è una delle più struggenti che ho letto. Eppure parla di oggetti di uso comune. Il compagno sarà al di là del vetro, irraggiungibile: non fa per lei. Non è per lei. Mai lo sarà. Emily Dickinson avrà sempre bisogno di domare categorie che per lei sono persecutorie come L’infinito, le sue poesie sono volte a ridurre queste entità metafisiche, in luoghi ristretti e rassicuranti, nel loro mitico ordine interno.
Che cosa ne penso? Esemplifica bene il ritiro dal mondo, volontario, sentito e cercato non senza una certa caparbietà e carattere da parte di Emily Dickinson: aggettivi questi, che quasi nessuno attribuirebbe a lei. Eppure ha ottenuto una stanza tutta per se, il celibato, la sollevazione di qualsiasi compito che non sia la dedizione quasi monacale a nient’altro che allo scrivere. Con l’avvicinarsi dell’estraneo le si sbriciola quel mondo sospeso, quella bolla perfetta in cui afferra le parole: quelle incandescenti delle emozioni, del cicaleccio continuo delle persone del mondo con il suo ferreo inappuntabile raziocinio. Lei è una senza fronzoli. Ma l’avvicinarsi dell’altro non è solo sospensione dalla concentrazione delle parole, lei che rimette il caos al posto giusto: l’altro è terrificante, terrorizzante: è troppo presto forse e lei ci si deve abituare, deve consegnarli l’ossatura dei suoi versi, circoscriverlo, pensarlo. A volte la sua mente si ribella anche alla casa stessa che definisce “infestata”.
Non a caso, perchè la Dickinson calibrava i pesi, limava i suoi gioielli quando non si buttava a capofitto per piccoli fuochi ardenti che l’avevano fatta barcollare. Lei, che è capace di guadare il dolore, stagni interi di dolore ma se la gioia la urta, inciampa, ebbra di quel dolce liquore. Qui si rientra nello scontro-incontro con gli altri. Che il dolce liquore sia qualcuno incontrato al di là della sua stanza o che ha avuto l’ardire di bussare ai suoi vetri? Nei suoi scritti (e quindi in lei) esiste sempre questa attrazione-repulsione verso l’esterno. Da una parte c’è la natura in gran parte benevola, che Emily Dickinson attraversa con razionale ed incantata meraviglia: taglia in quattro “l’esperimento in verde” e poi permette allo stupore di salirle alle labbra, che a volte sono arse: Questi giorni febbricitanti, portarli ai boschi: These Fevered Days — to take them to the Forest - Where Waters cool around the mosses crawl – And shade is all that devastates the stillness - Seems it sometimes this would be all –
Per la Dickinson basta l’ombra soltanto a devastare l’immobilità delle cose. Le basta a sciacquare via la febbre. Ma di quale febbre stiamo parlando? Se questa febbre è febbre d’amore contiene comunque qualcosa di eccessivo.
Se questo rinchiudersi per sentire troppo sia un ipersensibilità al limite della malattia mentale non sappiamo dirlo. C’è in lei una costante disciplina che tiene in bilico cose che altrimenti cadrebbero, andrebbero distrutte. Sono il negativo della sua fragilità. “Date il balsamo ai giganti e quelli avizzirebbero come uomini: dategli l’Hymmalaia e lo sosterranno”. Così anche per lei? La disciplina ed il raziocinio per domare un animo troppo facilmente scosso e ardori nascosti? Da qui forse la sua pulsione razionale, implacabile di un pensare imbevuto di poesia e non viceversa. Ma c’è l’amore ardente e pudico, a volte sfacciatamente erotico. (Circonferenza). E poi l’impossibilità di amare, o meglio, di essere amati. C’è qualcosa di difettoso in lei che forse viene registrato anche dagli altri. In un’altra poesia che non sono riuscita a rintracciare la Dickinson paragona sè stessa a una tazza da te’ sbrecciata (crooked), che significa anche altre cose, che hanno che vedere con la morale e la corruzzione. Certe volte la consapevolezza di una malattia cronica che è penetrata sotto pelle e che mai se ne andrà assume una connotazione morale. Si è malati, quindi indegni. Forse una giustificazione, un quadro dentro al quale si traccia attorno sè stessi un significato che una volta identificato non fa più male: lei è “crooked”, sbrecciata, in qualche modo moralmente inferiore perchè non appartiene al mondo. Lei ora sa’ fissare la Medusa senza pericolo. La poesia della tazza rotta che non occuperà mai più lo stesso posto dietro la vetrina della credenza accanto al suo compagno è una delle più struggenti che ho letto. Eppure parla di oggetti di uso comune. Il compagno sarà al di là del vetro, irraggiungibile: non fa per lei. Non è per lei. Mai lo sarà. Emily Dickinson avrà sempre bisogno di domare categorie che per lei sono persecutorie come L’infinito, le sue poesie sono volte a ridurre queste entità metafisiche, in luoghi ristretti e rassicuranti, nel loro mitico ordine interno.