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25 Giu 2010

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Caltari

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Slow Box, macchina fotografica e architettura trasportabile
Caltari 1 commento Psicogeografie Condividi

testo via: BLDG Blog

Shin Egashira, architetto e insegnante dell’Architectural Association di Londra e co-autore del meraviglioso pamphlet Guida alternativa a Portland, segue un certo numero di progetti dei quali mi piacerebbe scrivere qui, ma mi limiterò a parlare di uno solo tra questi: Slow Box After Image, prodotto nel 2000 in Giappone.


Il progetto, come spiega Egashira sul suo sito, «ha richiesto la costruzione di una enorme macchina fotografica mobile (Slow Box) e di uno spazio di archivio (After Image). Dentro la struttura di legno della Slow Box ci sta una persona. Viaggia tra i villaggi con l’aiuto di un trattore agricolo».

Sono necessari fino a trenta minuti di esposizione per immagine, e ognuna di queste esposizioni produce solo una parte dell’immagine finale nella quale le stampe vengono affiancate arrivando a costituirne una che misura non meno di 1,5 metri quadri. I risultati – che potrete vedere verso la fine di questo post – sono incredibili.

Ma iniziamo osservandone la struttura, l’articolato in funzione visibile qui in forma di modello.


L’intero congegno, spiega Egashira nel suo libro Before Object, After Image: Koshirakura Landscape, 1996-2006, «può girarsi da una posizione orizzontale (quando in movimento o quando utilizzato come camera oscura) a una posizione verticale fissa, che permette di sedercisi dentro per vedere l’immagine invertita».

Arrampicandomi nella pancia della macchina fotografia per la prima volta mentre mi tremava e mi scricchiolava intorno mi sono sentito come una specie di pioniere sul punto di discendere nelle profondità dell’oceano in un qualche prototipo di sottomarino. Saluti e sorrisi a quelli fuori prima di chiudere il portellone e immergermi nel mio mondo di suoni attutiti e di oscurità soffocante.

Ecco alcuni scatti della macchina in azione.



«Sette villaggi si mostrarono interessati a collaborare», aggiunge l’architetto, «ovvero, Takakura, Takizawa, Kukokura, Seitayama, Funasaka e Koshirakura. Il viaggio venne organizzato a tappe di tre o quattro giorni in ciascun villaggio per scattare fotografie come forma di comunicazione, presentandoci semplicemente come un gruppo di visitatori che chiedeva il permesso di scattare fotografie, non fosse stato per la grandezza e la lentezza della macchina fotografica, tali da farci prendere sul serio».

Egashira aggiunge scherzando: «nel corso del tempo iniziammo tutti a intrecciare una relazione stretta con la cosa mentre la trasportavamo giornalmente da un villaggio a quello seguente, in una processione simile a quella di una carovana di pellegrini medievali al seguito di una effigie preziosa. Che strano dev’essere stato per gli abitanti più anziani dei villaggi che visitavamo presentandoci come un gruppo di persone sempre più scarmigliate, provenienti da tutto il mondo, che sbucavano da un lento convoglio di automobili, furgoni e piccoli ciclomotori ronzanti con il trattore che trasportava la macchina fotografica al centro, sollevata e avvolta in teli legati da corde di protezione».

Alcune delle immagini risultanti da questa operazione possono essere viste qui sotto.




«Le fotografie vennero poi esposte in una vecchia stanza con alte finestre su per un pendio lontano», leggiamo. «Una ventina di larghe lastre di vetro che mostravano immagini delle persone di questo tranquillo angolo di Giappone, seppiate e sfocate fino a sembrare immagini antropologiche che avrebbero potuto essere state scattate centinaia di anni prima».

Le immagini dell’installazione qui sotto vengono dalla palestra della scuola del villaggio di Kurokawa, dove le stampe vennero messe in mostra nell’agosto del 2000.


Egashira e i suoi studenti hanno anche costruito una “valigia fotografica” nel 2003, che è esattamente quello che sembra dal nome: una valigia fotografica apribile su ruote che hanno portato, ancora una volta, di villaggio in villaggio, per fotografarne i residenti in loco.

L’ibrido macchina fotografica/architettura trasportabile è un mix molto affascinante, e mi piacerebbe vedere ulteriori metamorfosi del concetto, magari qualcosa che unisca la Strandbeest di Theo Jansen con la Gigapan, al modo di Shin Egashira, per liberare macchine fotografiche autonome, itineranti, che viaggino di paese in paese attraverso le nebbie e le montagne.

immagini tratte da: Slow Box After Image di Shin Egashira

Caltari Un commento Psicogeografie Condividi
1 Comments
  1. 25-6-2010

    Before Object, After Image…

    L’immagine a differenza dell’oggetto richiede tempo, ma anche preparazione, installazione, movimenti di assestamento e scelte. L’immagine è il tempo scelto dall’uomo, che a sua volta apre possibilità di nuove invenzioni, le narrazioni. Sentire l’urgente domanda spontanea “Cosa mi fa venire in mente questa immagine?” è già predisporre un discorso di falsificazione, da intendersi positivamente: falsificazione della concezione statica delle cose. Guardo il frutto di una scelta, la rinnego aggiungendoci dell’altro, la tradisco traducendola in altro. Così queste fanno venire in mente “immagini antropologiche che avrebbero potuto essere state scattate centinaia di anni prima”.
    L’immagine circola dentro aprendo tutte le porte, raccogliendo tutti i simboli che riesce a trascinare con sé. Li porta fuori, nel cortile, li fa danzare come in un rituale ancestrale. E se la cosa piace può anche tradursi in resoconto o narrazione scritta o in ulteriori invenzioni (ovvero falsificazioni del presente). Così il grande trattore divenne una valigia fotografica…

    Rispondi R.

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