L’atteggiamento del poeta nei confronti dell’utilizzo delle parole in senso inusuale è contenuto in una lettera che Thomas scrisse a Pamela Hansford Johnson (1933) commentando l’uso che della descrizione “topo irrequieto” realizzata da Ms. Johnson. Thomas rimarca che “irrequieto” non aggiunge nulla alla parola topo. Continua affermando che l’autore dovrebbe usare aggettivi qualificativi da una sola di due possibilità. Che si trovi o si inventi un aggettivo che includa associazioni, o preferibilmente, escogiti un aggettivo che rimpiazzerà completamente tutte le associazioni precedenti – un aggettivo che permetterà al lettore di vedere l’oggetto sotto una diversa luce.
Una signorina americana, una certa Thelma Louise Baughan Murdy nella sua tesi intitolata “Sound and meaning in Dylan Thomas’s poetry” (1962) affermava che Thomas utilizzasse la tecnica della “frammentazione pirotecnica” ossia la prima frase del poema gli balenava in testa spontanea, ed a partire da quella seguivano le altre. A parer mio non è un ragionamento troppo sbagliato. Secondo la nostra Thelma la frase portante di 24 anni è “Io avanzo quanto è lungo il sempre” (e non mi sento di dissentire, anche alla luce del sole divoratore di carne potrebbe vantare anch’esso la primogenitura) se Thomas la trovava pregna e ridondante, allora questa avrebbero suggerito altre frasi che rinforzavano e si elaboravano ulteriormente attraverso l’ausilio delle immagini a partire dalla frase primigenia. Questa tecnica più spontanea, di costruzione quasi naturalistica, dove le parole si intrecciavano fitte come rampicanti, non fu il suo unico metodo di scrittura. Secondo Vernon Watkins Thomas era soprattutto un paziente e pacato artigiano, che testava ogni frase molte volte, sia che restasse in silenzio o che declamasse. Usava fogli separati per ciascun verso, e a volte una pagina o due venivano dedicate a versi individuali, mentre il poema veniva gradualmente costruito, frase dopo frase. Di solito aveva in anticipo la lunghezza esatta del poema, e decideva quanti versi avrebbe assegnato a ciascuna parte della sua creazione. Nonostante l’attenzione, la cura, il potere e la simmetria delle sue elaborazioni, riconosceva ogni volta che era stato per intercessione divina che una sua poesia fosse entrata nell’esistente.
L’atteggiamento del poeta nei confronti dell’utilizzo delle parole in senso inusuale è contenuto in una lettera che Thomas scrisse a Pamela Hansford Johnson (1933) commentando l’uso che della descrizione “topo irrequieto” realizzata da Ms. Johnson. Thomas rimarca che “irrequieto” non aggiunge nulla alla parola topo. Continua affermando che l’autore dovrebbe usare aggettivi qualificativi da una sola di due possibilità. Che si trovi o si inventi un aggettivo che includa associazioni, o preferibilmente, escogiti un aggettivo che rimpiazzerà completamente tutte le associazioni precedenti – un aggettivo che permetterà al lettore di vedere l’oggetto sotto una diversa luce.
Una signorina americana, una certa Thelma Louise Baughan Murdy nella sua tesi intitolata “Sound and meaning in Dylan Thomas’s poetry” (1962) affermava che Thomas utilizzasse la tecnica della “frammentazione pirotecnica” ossia la prima frase del poema gli balenava in testa spontanea, ed a partire da quella seguivano le altre. A parer mio non è un ragionamento troppo sbagliato. Secondo la nostra Thelma la frase portante di 24 anni è “Io avanzo quanto è lungo il sempre” (e non mi sento di dissentire, anche alla luce del sole divoratore di carne potrebbe vantare anch’esso la primogenitura) se Thomas la trovava pregna e ridondante, allora questa avrebbero suggerito altre frasi che rinforzavano e si elaboravano ulteriormente attraverso l’ausilio delle immagini a partire dalla frase primigenia. Questa tecnica più spontanea, di costruzione quasi naturalistica, dove le parole si intrecciavano fitte come rampicanti, non fu il suo unico metodo di scrittura. Secondo Vernon Watkins Thomas era soprattutto un paziente e pacato artigiano, che testava ogni frase molte volte, sia che restasse in silenzio o che declamasse. Usava fogli separati per ciascun verso, e a volte una pagina o due venivano dedicate a versi individuali, mentre il poema veniva gradualmente costruito, frase dopo frase. Di solito aveva in anticipo la lunghezza esatta del poema, e decideva quanti versi avrebbe assegnato a ciascuna parte della sua creazione. Nonostante l’attenzione, la cura, il potere e la simmetria delle sue elaborazioni, riconosceva ogni volta che era stato per intercessione divina che una sua poesia fosse entrata nell’esistente.