
Inauguro oggi la pratica situazionista, (ma suggerita da Caltari, una sera, sul lungosenna) lungamente ipotecata, dell’Autobus Randomico.
Partenza da Via Catania. Primo Autobus che passa, 490, uno dei tanti che capolineizza a Cornelia. (C’è una grande, grandissima passione che unisce la Stazione Tiburtina alla Stazione Cornelia, una passione che un giorno vi racconterò). Salgo, senza pensieri, non voglio fare flanellate, non voglio scoprire la città da nuovi punti di vista, voglio solo riposarmi in movimento. Tragitto, viacataniaviamorgagniportapiacorsoitaliavillaborghesepiazzaleflaminioscendo. Allarmato che entri in zona TragittoLavoro + piccole tentazioni di discesa in prossimità della Biblioteca Europea.
Primo interscambio. Prendo il 628. C’è scritto Piazzale Maresciallo Giardino. Malvezzo di scrivere l’header e non il footer, così che temo che arrivi anch’esso in zona TragittoLavoro, ma prende strade insperate. Tragitto, viadellapennapiazzaaugustoimperatoreviadelcorsopiazzaveneziaviadelteatromarcellocircomassimoviadelletermecicaracallascendo. Non me la sento di andare oltre. Scopro con vanità che mi avrebbe portato a Via C. Baronio e quindi meglio così.
Nel dubbio, m’inerpico per via Guido Baccelli, perdo un cento e qualcosa che porta a via Furino, a Tor Marancia. Passo la delegazione palestinese con i soliti militari che parlano di cazzate imbracciando un mitra, mi trovo davanti la Chiesa di Santa Balbina, scorgo una vietta, imbocco la vietta di Via Santa Balbina, dove c’è una casa di cura e la Fondazione Risorsa Donna. L’Autobus Randomico mi ha portato in zone desuete ma non troppo, per me. Proseguo per Viale Giotto e sulla sinitra si profila un portone di una villa, ma aperta e pubblica, checchè il cartello dica Via di Villa Pepoli (strada privata). Prima della Porta, sulla sinistra c’è l’Ambasciata Giapponese presso la Santa Sede. In zona c’è anche quella Americana presso la Santa Sede, mentre l’Ambasciata Giapponese presso l’Italia (per gentile concessione) è in Via Quintino Sella, vicino Piazza Sallustio. Ma in fondo non cambia nulla, poteva anche esserci un deposito di bomboniere di laurea.
Il territorio della villa è stato reso edificabile non so quando, probabilmente nel’ottocento. La via ha due file di alberi ai lati, davanti agli edifici e nessun marciapiede. Qua e la mucchi di sanpietrini. Una via così può avere la sua collocazione unicamente sull’Aventino. L’urbanizzazione dell’Aventino, in particolare San Saba, è avvenuto durante il fascismo. Sul lato destro ci sono due edifici indefiniti, costruiti forse a cavallo tra l’ottocento e il novecento. Il secondo ha una scritta latina, come tanti edifici a Roma, segno che il padrone era uomo di nerbo. Con il terzo cominciano le bizzarrie architettoniche. L’edificio è a due piani, d’ispirazione medievale , con un torretta e una parabola enorme sul tetto, esattemente nel centro. Ai due estremi i volumi si allargano verso la strada, creando una specie di cortile aperto da un lato, lungo il quale c’è un portico, con due colonne e tre archi a tutto sesto. Sui due lati il porticato continua ma è stato chiuso o forse è un simpatico scherzo dell’architetto. Dall’unica stanza con la luce accesa, una luce calda, sembra che non abbia nemmeno un lampadario, intravedo dei libri antichi e delle statuine militari di metallo fuso. Immagino ci viva un vecchio professore di ginecologia o un’altra branca medica che fa ribrezzo pensare che ci sia un vecchio. Ma un vecchio colto, un vecchio amante della poesia, ma che puzza, così, per non renderlo troppo romantico. Un vecchio decaduto. Un vecchio stronzo. Continuando ci sono un paio di palazzine di epoca fascista, con parti bianche e parti di mattoni rossi. Sul lato sinistro ci sono un paio di anonime palazzine degli anni sessanta. Poi una casa in ristrutturazione rosa. Tutte gli edifici hanno dei muri di recinzione e quelli di questa casa sono grigi e hanno molti elementi decorativi piramidali che mi fanno pensare che il primo padrone fosse un seguace delle Arti Occulte. Infatti su un lato, rosa, spicca, al primo piano, una nicchietta con un busto bianco di qualche patrizio romano. Ancor di più in fondo a una discesa c’è una specie di tempietto con un altro busto, penso femminile, con in capo qualcosa di voluminoso che se fosse un casco di frutta sarebbe Carmen Miranda, ma invece si avvicina più a un elmo, per cui la figura potrebbe essere Atena o Pallade Atena. Subito dopo un quartetto di case completamente simmetriche, molto diverse una dall’altra, molto singolari nella loro eccentricità fuori posto ma tutte tendenti ad un color salmone putrido.
La prima è un parallelepipedo con un unico finestrone centrale, chiuso da tende indefinibili e due oblò per ogni lato, situati al primo o al secondo piano. La porta al di sotto del finestrone e raggiungibile da una piccola gradinata ha un cappuccio circolare di sostanza alberghiera.
Continuando verso il secondo edifico. Una facciata simile ad una chiesa, con un’appendice a forma di campana che si slancia verso il cielo, dove è presente un gruppo campanario di tre elementi, ognuna di grandezza diversa. Mi piace pensare che abbiano tutte lo stesso suono, con un livellamento della funzione ma con fogge diverse, mi fa sentire che un tempo già conoscevano il marketing in cui mille oggetti diversi hanno la stessa funzione, ma probabilmente non è vero. Probabilmente non suonano nemmeno più e ci hanno fatto il nido i terroristi. La casa è recintata di edera con un’anima in metallo.
La terza casa sembra una stanza delle torture gestito da persone che mischiano in se rigore religioso e vagonate di ormoni pronti ad esplodere. Il portone, rialzato e anch’esso raggiungibile con due piccole gradinate laterali, ha due colonne di marmo grigio, di quelle che sembrano sezionate. Il primo piano ha più un aspetto da sottotetto che non da primo piano. Ai lati del portone, ma molto distanti, ci sono due lampadari pendenti che si accendono appena li noto. Unico dettaglio quasi moderno, una pensillina arcuata che ripara gli astanti quando escono caldi caldi e non hanno il tempo di aprire l’ombrello. Le mura esterne presentano tre aperture, oltre due cancelli laterali, con delle inferriate che protrudono verso la strada, con certuni richiami a conventi di clausura, come nei Diavoli, di Ken Russell.
La quarta e ultima casa ha la porta infossata, una facciata molto buia, a causa degli alberi, e un’entrata absidale. A questo punto Via di Villa Pepoli finisce, svolta tutta a destra e diventa Via Lucio Fabio Cilone, praefecto urbis che ha abitato sull’Aventino, forse proprio in quella via, su quello stesso suolo inanimato. Mi trovo davanti ad un enorme cancello ma di Villa Pepoli (che scopro avere un’omonimo a Trecenta, Rovigo, dimora della famiglia nobile bolognese dei Pepoli) ancora nulla, non che mi aspetti di trovarla. In zona piazza Bologna c’è una Via di Villa Koch, vietta di raccordo sterrata con tante macchine ma senza nessuna villa. Un lungo muro, alberi altissimi, tre cinquecento nuove, una vecchia, ovviamente blu, una macchinina elettrica per adolescenti viziati con scritto Dody e un cartello allarmato che in un primo momento non avevo notato. Mi aspetto qualcosa del tipo Zona sotto stretta sorveglianza del Vaticano, o Stai alla larga se non sei ricco, invece rivela un Attenzione caduta pigne si declina ogni responsabilità per tali eventi e una macchina parcheggiata davanti. La lungimiranza di queste persone è notevole e l’unica persona viva che vedo è un ciccione con delle buste e un trapano che esce dal cancellone. Continuo lungo la via dissestata dalle radici degli alberi, una via tipicamente romana, uno schizzo appena di asfalto su un morbido letto di sanpietrini e un motorino abbandonato, finchè non arrivo ad un altro colpo di scena. La via svolta pericolosamente a sinistra, dietro una sbarra, un cartello con scritto Proprietà privata e i resti di una fontana incassata in un muro, con una mezza testa dallo sguardo vano che spunta dall’imitazione di un paesaggio di rocce naturali, antico vezzo dei nobili di una città che sguazzava nella merda di ogni specie animale ma che voleva avere piccoli scorci di un’antichità linda e mitica a portata di sguardo e di mano.
La fu Via di Villa Pepoli, ora Via Lucio Fabio Cilone costeggia le Mura Aureliane e da privata che era, si fa privatissima e leggermente in salita. Le Mura sono protette da una rete metallica, protette, protettissime. Sulla destra finalmente appare Villa Pepoli, la riconosco perché c’è scritto Pepoli. Trovo un articolo del Corriere del 1995 in cui si millanta per Villa Pepoli un fturo radioso come Polo della Lirica, da affiancare al Uditorio di Renzo Piano e all’usuale stagione lirica estiva di Caracalla. Ma non per terra, né in una teca. A casa, dopo.
La via è chiusa, un cancello in fondo alla via ne segna la fine, forse un po’ malinconica anche se non inaspettata. C’è strada oltre il cancello. Sembra che porti in uno zoo o in una riserva di caccia, continua in discesa, il manto stradale pieno di foglie, alcuni rami si protendono abdicando alla posizione ordinata loro e sembra già the day after tomorrow. A questo punto torno indietro, non mi rimane molto altro. La visita a Villa Pepoli è stata infruttuosa. Su un lato è parcheggiata una Mercedes con targa polacca. Ripercorro già con disinteressa la cangiante via e mi reimmetto su Viale Giotto.
Proseguo lungo le mura, passo una Porta impacchettata, una Porta senza nome, Largo Giovanni Chiarini, Via Odoardo Beccari. Il primo tratto di via Odoardo Beccari è parallelo a Viale di Porta Ardeatina, divise prima da un giardinetto per bambini chiuso ermeticamente, poi una casa fascista, scarna, con un piccolo porticato che si fa balcone. Una casa delle vacanze ad Addis Abeba, che si fa prora e divide le strade. Il vasto, vuoto e sereno Viale di Porta Ardeatina ha la meglio e scendo, oltrepassando cancellate con spuntoni, un casa generalizia degna di Todo Modo. Prima che la strada curvi, c’è un bastione. Ai lati ci sono delle grosse aperture, due porticine, una delle quali ha una cassetta delle lettere di metallo, rivolta verso l’interno, dietro il pesantissimo cancello, quattro finestroni e due canaline di scolo con un convogliatore di flusso. All’angolo in alto, lo stemma papale rivolto verso i pagani. Sulla destra, dietro il solito recinto murario spunta un porticato illuminato. Ecco la chiesa del nuovo millennio, pulita al limite della nevrosi, quasi asettica, geometrica e razionale. Invece è la casa del Jazz, Villa Osio, costruita alla fine degli anni 30 da Osio, della BNL, in quella che era una posizione privilegiata, chiusa tra Viale di Porta Ardeatina e Via Marco Polo, ma non sono sicuro di quando via Marco Polo sia stata costruita, quindi potrebbe essere una castroneria. La BNL ha svolto un’importante funzione nella storia della Villa, partendo dalla costruzione, poi il restauro, infine una splendida veduta sui campetti da tennis del dopolavoro bancario, dove è possibile ascoltare del jazz mentre si osservano i dirigenti della BNL che giocano.
All’entrata ci sono dei cartelli che mi avvisano che la mia persona sta per essere registrata da da una telecamera a circuito chiuso e dal momento che non mi fanno firmare nulla sto tranquillo. Poi una grossa fontana, con un’aquila e due capitelli spioventi più altre minuzie architettoniche e una tabellone con i morti per mafia. Si, perché la villa è stata di proprietà di uno della banda della Magliana, poi confiscata, e come dicono i comunicati ridata dal Comune alla Città e ai Cittadini. Tra i tanti mosaici che si vedono, tra cui uno di un bambino coi calzoni corti che corre verso una chiesa, mancava Veltroni con la villa dischiusa tra le sue mani che la ridava ai cittadini in calzono corti, felici come un dì di festa.
Percorrendo i vialetti di Villa Osio, preferisco ricordarla così che non come ennesimo Luogo Topico, intravedo, per usare un termine gentile che non sconfini nel voyeurismo, una giovine coppia che si sollazzava su una panchina. Anche lì mi sarebbe piaciuto che stessero compiendo atti inauditi o semplicemente orali, per togliere un po’ di sacralità al posto, del bookstore chiuso, delle foto dei jazzisti appese in giro, dei mosaici con i segni zodiacali, della piscinetta romana con palma, dell’aria di esclusività che in fondo non si respirava tanto, ma avrei sempre preferito un tecno monastero, una casa di cura a una casa del jazz. E con una certa indifferenza me ne allontano, con pensieri altamente significativi come Le mejo case sempre i stronzi cell’hanno, ovviamente riferito ai farabutti della Magliana e prendo un 714 che mi conduce mollemente a Eur Fermi con relativo ritorno a casa su trasporti met.ro.

lo spirito in osservazione.
Mi sono fatto un bel viaggetto; le ultime zone visitate mi sono più familiari.
Manca un pò l’umano e le descrizioni di quegli incontri che magari avrebbero portato il testo in altre zone del tuo modo di sentire e raccontare.
Aspetto il prossimo viaggio.
Quasi quasi salgo a bordo pure io o è una pratica solitaria?
non c’era nessuno, un gatto ritto all’entrata alla casa del jazz, l’ingrassato col trapano, un’ombra in un patio. il contatto umano è l’architettura, l’impronta più o meno deleteria, più o meno lungimirante, più o meno distinta. quando vuoi, spider j., bit e borraccia e un cartello giallo randomico.