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20 Ott 2015

Autore

alessandro

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[FuoriFuoco] Intervista a Nino Cannizzaro
alessandro 1 commento FuoriFuoco Condividi
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© Nino Cannizzaro

Nino Cannizzaro è nato a Palermo, vive a Bagheria e dove lo porta la fotografia, amata da sempre, praticata da autodidatta dal 2007, con uno sguardo al paesaggio umano e urbano.

Come tanti figli di Sicilia mi porto dietro e dentro tutte le contraddizioni di una terra dura e conturbante. Viscerale come la mia curiosità per il mondo e chi lo popola, dalla strada agli abissi che ci portiamo dentro. Istanti di vita e tracce di sensazioni, immagini da sentire, scoprire, far durare nel tempo, condividere con gli altri, come un dilettante innamorato delle emozioni.

© Nino Cannizzaro

© Nino Cannizzaro

Nelle tue note biografiche evidenzi un’identità siciliana e un legame forte con la Sicilia. Pensi che questo rapporto sia rintracciabile nelle tue opere o quanto meno in quale maniera ne porti traccia nel tuo processo creativo?

Si, direi di si. Perché resto siciliano anche lontano dall’Isola. Le sue caratteristiche e contraddizioni continuano a essere uno stimolo per la maggior parte dei miei progetti attenti al territorio e chi lo vive. Dallo stretto di Messina di Le detroit perdu, messo a rischio da interessi più oscuri degli abissi, agli oltre 200 chilometri di costa, “tra le più belle e degradate”, fotografate dal finestrino del treno con Palermo-Messina andata e ritorno.

“Là dove domina l’elemento insulare è impossibile salvarsi. Ogni isola attende impaziente di inabissarsi. Una teoria dell’isola è segnata da questa certezza. Un’isola può sempre sparire. Entità talattica, essa si sorregge sui flutti, sull’instabile.
[…]
La Sicilia esiste solo come fenomeno estetico. Solo nel momento felice dell’arte quest’isola è vera.”

La teoria di Manlio Sgalambro è intrigante, soprattutto se legata al concetto di inabissamento non solo fisico-geologico o geografico. Le difficoltà oggettive di una terra per certi versi aspra e dura, le difficoltà sociopolitiche e i vari mali che affliggono la mia terra, l’immobilità di tutti, fanno si che la condivida in parte. Adesso la Trinacria continua ad annaspare, insieme al resto dello Stivale, in cerca di un destino migliore. L’Isola in cui vivo, che molti amano, continua a vedersi distruggere ettari di terra da fiamme e cemento. Malaffare e interessi che si conciliano poco con
l’idea illuminata del nirvana. Una terra fatale e fatalista che spesso non perdona. Che ti circonda ricordandoti che, in ogni caso, c’è da ogni parte anche un mare a segnare il suo confine e il tuo limite. Magari ha ragione Manlio Sgalambro “Un’isola può sempre sparire”, ma il suo ricordo chi lo può cancellare? Nella malaugurata ipotesi che questo accada, forse l’arte servirà a questo… ricordare.

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© Nino Cannizzaro

Qual è il percorso che ti ha portato a utilizzare la fotografia consapevolmente come un tuo linguaggio espressivo?

Consapevolmente mi sembra una parola grossa, diciamo che sperimentando da autodidatta curioso e impenitente sin dal 2007 sono arrivato fino a qui. La fotografia rende immagine tutto quello che vedo, sento, provo e non saprò mai dire con le parole.

Nelle note di Unstructured_city fai riferimento a G. Reggio, Balla e i futuristi. Dei riferimenti esterni al mondo fotografico. Quali sono i tuoi i tuoi punti di riferimento o fonti di ispirazione negli altri linguaggi artistici?

Tutto quello che mi colpisce e fa riflettere, dagli spazi urbani dipinti da Sironi a quelli nei quali vivo, dai quadri di papà che mi ha appeso l’urlo di Munch in camera, lasciandomi crescere con una montagna di libri d’arte, a tutto quello che la vita ti presenta e lascia incontrare. Poi ovviamente anche i fotografi, da Ghirri e Nan Goldin a quelli contemporanei, a registi come Kubrik con le sue prospettive centrali, per arrivare fino ai fratelli Cohen.

Essendo cresciuto immerso nell’arte hai sperimentato altri linguaggi visivi oltre la fotografia?

Niente che non mi riconduca sempre alla fotografia

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© Nino Cannizzaro

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© Nino Cannizzaro

Tra i lavori da te presentati alterni lavori più viscerali e magmatici, come l’ultimo Ronzio (Hum), con un tipo di fotografia che propone una visione più distaccata e oggettivizzante come “Palermo-Messina andata e ritorno.” In che modo ti relazioni a questi linguaggi differenti, come convivono nella tua idea di fotografia e cosa ti fa scegliere un codice piuttosto che un altro.

L’umore, l’istinto, la disponibilità del momento. Ronzio (Hum) è un progetto fotografico eseguito nel corso di anni, come un impulso che ha assecondato un certo tipo di malessere. Il bianco e nero, con tutte le sue sfumature e sfocature mi è sembrato ideale per restituirne certi istanti e umori. Palermo-Messina è a colori per rendere un’immagine oggettiva della realtà sotto gli occhi di tutti, non volevo filtri e distorsioni ma una visione chiara del quotidiano al quale ci siamo assuefatti.
Al contrario per Quando Jupiter guardava ad est, mi servivano filtri per guardare da un punto di vista diverso, la geografia di alcuni angoli della nostra penisola, ancora dominata delle basi Nato.

Hai in cantiere qualche nuovo progetto?

Molti a dire il vero, in progress e ancora in embrione. Al momento trovate online anche Vucciria Reload, il mio viaggio in luci, ombre, anima e resistenza della Vucciria di Palermo, da mercato storico a centro della movida notturna.

Mi segnaleresti un fotografo/a emergente che hai scoperto di recente?

Con il collettivo di Street Photography Spontanea, del quale faccio parte, seguiamo molti fotografi, ai quali consiglio di dare uno sguardo.

© Nino Cannizzaro

© Nino Cannizzaro

alessandro Un commento FuoriFuoco Condividi
1 Comments
  1. 26-12-2015

    Ma dove,
    dove e quando usciranno altri articoli qui?

    Rispondi Settembre

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