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18 giu 2012

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alessandro

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[FuoriFuoco] Intervista ad Andrea Papi
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Andrea Papi
(Roma, 1978) studia fotografia presso l’agenzia Vision. Dopo aver lavorato due anni come assistente della fotografa di moda Roberta Krasnig, intraprende la sua ricerca personale, lavorando quasi esclusivamente con la lomografica HOLGA.

Mostre personali: Passaggi. Autoritratti dell’invisto, FotoGrafia – Festival Internazionale di Roma X edizione, Spazio MuGa + Merzbau, Roma, 2011; Poesia in forma di rosa (omaggio a Pier Paolo Pasolini), Whitecubealpigneto, Roma, 2010; Album di famiglia, FotoGrafia – Festival Internazionale di Roma VIII edizione, Palazzo Mattei di Giove, Biblioteca di Storia Moderna e Contemporanea, Roma, 2009; Noise from a cellar, Officine Fotografiche, Roma; Holga, FotoGrafia – Festival Internazionale di Roma VI edizione, Project Room A.K.A., Roma; DECA/dance, Pho-To’35 Gallery, Torino 2007.
Mostre collettive: 54^ Esposizione Internazionale d’arte – Biennale di Venezia – Padiglione Lazio, Palazzo Venezia, Roma, 2011; Testamento geométrico, Fotoleggendo VI Edizione, I.S.A., Roma, 2010; Dov’è andato il cielo? L’arte a sostegno di Fitil, Galleria Sala 1, Roma; Contemporanea: l’Arte a Venezia per Emergency, San Marco Casa D’Aste, Venezia 2008; On The Set, Rialto Sant’Ambrogio, Roma 2007.

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© Andrea Papi

All’inizio del tuo percorso fotografico hai lavorato come assistente di Roberta Krasnig. La fotografia di moda sembra sia l’unico settore dove la sperimentazione, seppur solo formale, venga recepita e accolta dal mercato rispetto, per esempio, agli stilemi del reportage.
Che cosa ti ha lasciato quell’esperienza?

Parto dalla considerazione che ogni esperienza, positiva, negativa o neutra, se si può dire, lascia sempre qualcosa di utile. Per quanto riguarda la fotografia di moda direi che quello che mi ha lasciato è la convinzione di non voler continuare in quel tipo di lavoro. E lo dico non per denigrare la fotografia di moda (in cui Roberta Krasnig è molto brava, sebbene non segua più da un po’ di tempo i suoi lavori) o per un atto di snobismo, ma per la consapevolezza che ormai il fotografo di moda, almeno in Italia, non ha nessuna prospettiva. E parlo di prospettive sia in termini economici (nel senso stretto di guadagno) che di crescita personale. Per lavorare nella moda o hai un cuscinetto economico solido che ti permetta di investire a lungo il tuo tempo e la tua creatività in innumerevoli pubblicazioni che non ti verranno pagate e ti serviranno solo per il curriculum, o hai sempre il tuo cuscinetto economico solido che ti permetta di aprire uno studio. Poi c’è anche la terza possibilità, quella che tu sia un genio, artisticamente e fotograficamente parlando, per cui non hai nessun problema nell’affermarti. Ma credo che di geni ne nascano un paio ogni cento anni…

Per rispondere meglio alla tua domanda, è vero che spesso questo tipo di fotografia viene accostato alla sperimentazione, ma, per rimanere in ambito italiano, basta sfogliare gli inserti dei giornali o delle riviste da sala d’attesa per vedere che tutta questa ricerca non è che sia così sviluppata: stesse modelle, stesse pose ed espressioni vacue, giochi di luce pressoché simili. Le cose migliori si trovano invece su fanzine o free press indipendenti, dove spesso fotografi/e giovanissimi hanno delle idee veramente interessanti e innovative. Il problema è che non verranno mai pagati da quelle stesse riviste che permettono di sperimentare e giocare, ed è difficile che abbiano la voglia e la forza di continuare una gavetta spesso infinita.

Un’ultima cosa: mentre rispondo a questa domanda io ho in mente i fotografi di moda che pubblicano su riviste del settore. Se poi vogliamo considerare fotografia di moda la tanta spazzatura che esce su cataloghi di dubbia qualità o i lavori di fotografi dilettanti che spesso hanno solo grandi attrezzature e nessuna idea, allora il discorso naufraga e il mio snobismo si fa largo fra i marosi.

© Andrea Papi

Alcuni dei tuoi lavori come Passaggi. Autoritratti dell’invisto e Testamento geométrico si richiamano alle opere di Clément e Bolaño. Questi, a mio avviso, sembrano solo gli spunti iniziali, poi abbandonati per lo sviluppo di una tua ricerca personale e autonoma, libera da ancoraggi di sorta.
Qual è (qualora ci sia) la “necessità” di questo modus operandi nel tuo flusso di lavoro? Può invece essere individuabile un’esigenza di fornire chiavi interpretative a coloro che si relazionano con le tue immagini?

Come hai colto molto bene mi sento di sottolineare l’importanza dello spunto iniziale. Per quanto riguarda strettamente Passaggi in realtà l’impulso di partenza era proprio quello di sviluppare un lavoro in chiave reportagistica, a partire dalla lettura di un piccolo saggio di Gilles Clément, Manifesto del Terzo Paesaggio. Ma poi mi sono accorto che i vincoli di un lavoro di documentazione mi stavano troppo stretti, e stava uscendo fuori qualcosa di molto più personale ed intimo, motivo per cui ho proseguito il lavoro unicamente secondo la mia estetica, intesa come percezione della sensazione.

In generale sono influenzato quotidianamente dalle cose più disparate: libri, film, persone che conosco o intravedo solamente, immagini mentali o reali. Tutto questo confluisce in spunti o idee (che sono spunti messi un po’ più a fuoco) che spesso rimangono sospesi e altre volte si sviluppano nel tempo fino alla costruzione di un vero e proprio progetto.

Parlando di Testamento geométrico ho iniziato a scattare dopo aver letto 2666 di Roberto Bolaño. Non so dirti di preciso quanto quel lavoro abbia a che fare con il romanzo scritto, ma so affermare con sicurezza che in quel periodo alcuni brani di 2666 erano continuamente nei miei pensieri, ero come incantato (il termine inglese haunted forse rende meglio e ha più sfumature), ed è inevitabile che le due cose (il lavoro fotografico e il libro) siano strettamente legate. L’incanto, inteso come sospensione fra qualcosa che è reale e qualcosa che sembra reale, è il mio stato ideale per lavorare.

Non parlerei tanto di esigenza di fornire allo spettatore una chiave di interpretazione, quanto il bisogno di far riconoscere nel mio mondo, condensato in un’immagine fotografica, qualcosa che fa parte anche del suo, che forse ancora non è tornato alla coscienza: una sorta di intento maieutico, se vogliamo spingerci ancora più in là.

© Andrea Papi

Quale pensi sia lo spazio vitale del tuo lavoro e più in generale della fotografia di ricerca nell’agorà culturale di questo paese, stretta da una costante semplificazione linguistica, non solo visuale, e la riproposizione di linguaggi codificati?

Lo spazio vitale di ogni lavoro credo sia nella coerenza e nella passione per ciò che fai. Questo non vuol dire chiudersi in sé stesso o in una ristretta cerchia, ma continuare a lavorare indipendentemente dai riconoscimenti che si possono ottenere. Ho sempre pensato che il requisito fondamentale per ogni attività, artistica e non, sia la curiosità. Continuare a essere curiosi vuol dire essere aperti a ogni stimolo e assorbire le cose come una spugna, per poi filtrarle e tenere quelle che contribuiscono a rafforzare la tua identità.

Parlando di fotografia, l’argomento è molto spinoso e complesso, perché in Italia ancora oggi è considerata un’arte minore (forse per la sua riproducibilità, non saprei, forse perché non si è mai avuto un vero dibattito sulla fotografia e ci troviamo di fronte a molti addetti ai lavori totalmente impreparati sulla questione).

Spesso mi sono sentito dire che i miei lavori sono troppo astratti per essere proposti in spazi specializzati in fotografia e altre volte che sono troppo fotografici per le gallerie d’arte: il problema non è essere considerato un ibrido (cosa che fra l’altro non mi sento affatto), la questione è che le stesse persone che decidono se un lavoro può o non può essere considerato valido e messo in mostra non hanno neanche la cognizione di quello di cui si sta parlando, non essendoci, come ho detto sopra, un vero e proprio studio approfondito sulla fotografia contemporanea. È la curiosità di cui parlavo prima quello che sembra mancare di più all’interno del sistema galleria-curatore-critico-spettatore.

Ovviamente non è sempre così, perché ci sono anche delle persone molto serie e capaci che lavorano e ragionano in modo differente: mi viene in mente ad esempio Maurizio G. De Bonis, direttore di Cultframe e Puntodisvista, che ha un’impostazione direi quasi scientifica, e non per questo priva di passione o sentimento, nella ricerca approfondita sul significato di fotografia nella società contemporanea.

La tua domanda meriterebbe ore e ore di discussione, ma qui, senza contraddittorio, ne risulterebbe solo un soliloquio forse un po’ noioso. Spero di avere un’altra occasione per approfondire l’argomento.

© Andrea Papi

A quale progetto stai lavorando attualmente?

Per la prima volta, dopo anni di fotografia su pellicola, soprattutto b/n, sto scattando in digitale e a colori. È stato del tutto casuale, perché per lavoro ho dovuto comprare una macchina fotografica professionale, e così ne sto approfittando anche per la mia ricerca. Però non so dirti esattamente se quello che sto facendo adesso sia un vero e proprio progetto. Siamo ancora allo spunto, non ancora all’idea. Il modo di lavorare (lo studio a priori di quello che intendo fotografare, la percezione dello spazio e di quello che rimane sospeso) rimane pressochè invariato, è solo l’immediatezza di vedere quello che hai catturato che è totalmente diverso dalla pellicola.

Sto continuando sulla scia, ormai quasi impalpabile, di “Passaggi”, almeno per l’assenza della figura umana e il forte rapporto con il paesaggio, ma sinceramente non so dire di più, se non che sono sempre alla ricerca di quello che non si riesce a vedere chiaramente con gli occhi, e nello specifico con l’obiettivo.

© Andrea Papi

Ci puoi segnalare un fotografo/a scoperto di recente il cui lavoro ti ha incuriosito?

A dirti la verità di fotografi veri e propri non ne conosco molti; sono molto interessato invece agli artisti che nella loro ricerca usano la fotografia. Ultimamente mi sono imbattuto nei lavori di James Gallagher, artista americano che usa vecchie fotografie o immagini e articoli di vecchie riviste per creare dei collage. Nulla di nuovo o innovativo, ma la sua indagine sull’identità, o forse sulla mancanza di identità, mi affascina parecchio; trovo le sue composizioni un misto di malinconia e paura, qualcosa che mi ricorda da vicino ed esorcizza il momento storico che stiamo vivendo.

Un altro artista che ho scoperto recentemente è Lamberto Teotino. Anche lui usa, fra le altre cose, la fotografia, come nel suo lavoro “Sistema di riferimento monodimensionale”, rompendo la simmetria e ricomponendola sfasata: la sensazione che mi danno alcune sue opere è quella di quando si riconosce una situazione ma c’è qualcosa che è diverso, irreale, e non si capisce cos’è.

 

© Andrea Papi

 

 

www.andreapapistudio.tumblr.com

 

 

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Tags: Andrea Papi, bianco nero, Cultframe, Gilles Clément, holga, James Gallagher, Lamberto Teotino, Puntodisvista, Roberta Krasnig
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