Emilie Hudig (1973) ha studiato Antropologia culturale e Media e cultura all’Università di Amsterdam. Dopo i suoi studi presso la Fotoacademie di Amsterdam nel 2007, ha esposto il suo progetto Control a Foam 3H. Nel 2009 Hudig ha vinto il premio Zilveren Camera storia fotografica dell’anno con il libro Control. Untitled è il suo secondo grande progetto personale, esposto al museo Van Loon nel settembre 2012. Oltre ai suoi progetti personali, Hudig lavora anche su commissione e riviste.
Il lavoro “Without Title” sembra rievocare i fasti di un certo passato alto borghese. Nonostante l’utilizzo di pellicole istantanee possa essere accostato a una tessitura memorialistica, dalle foto emerge un certo distacco, un’idea di non appartenenza. Come nasce questo progetto?
“Without Title” è un’esibizione della nobiltà in Olanda. Nel mio paese la nobiltà è stata abolita, eccetto la famiglia reale. Nessun altro fa parte di questa classe. Mia madre apparteneva a una famiglia nobile, ma io ne so davvero poco a riguardo. Dunque ero curiosa di sapere cosa la nobiltà comportasse nella vita reale. Cosa significa al giorno d’oggi? Ma avevo a che fare con un gruppo di persone che preferiscono non essere fotografate. Se sei nobile lo tieni per te, non lo rendi pubblico a tutti.
“L’aspetto enigmatico della nobiltà è nella zona grigia tra i tratti oggettivi e la percezione”, scrive Ileen Montijn, uno storico olandese. Ho iniziato a lavorare con una Polaroid SX-70, una macchina fotografica che sembra una elegante scatola di sigari in pelle. Un’affascinante vecchia macchina fotografica che sviluppa immediatamente le fotografie. Questo meccanismo non porta ad alcuna motivo di diffidenza, perché la persona fotografata può sul momento dire se la foto gli piace o no. Quindi nessuna macchina fotografica ingombrante tra me e il mio soggetto.
Vicinanza nonostante le foto sembrino pittoresche e distaccate. La distanza, che è un valore così grandemente apprezzato da questa classe sociale.
“All I Understand” mi ricorda molto le atmosfere e la poetica di Andrei Tarkovskij, un continuo tentativo di incanalare tempo e ricordi nel fotogramma, un’architettura di memorie visuali intime ma sovraccariche. Ti va di raccontare qualcosa di questo lavoro?
Tutto capisco, capisco perché amo è una citazione da Lev Tolstoj. Questa serie è stata realizzata in un momento della mia vita in cui mi sentivo persa. Da quando avevo 17 anni sapevo di voler fare documentari con un taglio antropologico, ho cercato di lavorare per questo obbiettivo il più possibile. Dopo aver realizzato il libro “Control / In Control” sul mio percorso alla cura della malattia di Hodgkin, mi sono resa conto che le mie necessità erano cambiate.
“All I understand” è fatto unicamente di sentimenti, né parole né storie. Be’, almeno non una storia oggettiva! Si può vedere ciò che si vuole in queste immagini. E si tratta di errori perfetti, la perfezione nell’imperfezione.
Come nella vita. Almeno la mia vita!
Riguardo “Controle”, mi è venuta in mente questo pensiero di Tarkowskij. Ti ci ritrovi?
L’immagine artistica è un’immagine che assicura a se stessa il proprio sviluppo.
Quest’immagine è un seme, un organismo vivente in evoluzione…
L’immagine artistica è di per sé espressione della speranza,
grido della fede, e ciò è vero indipendentemente da cosa essa esprima,
foss’anche la perdizione dell’uomo.
L’atto creativo è già di per sé una negazione della morte.
Ne consegue che esso è intrinsecamente ottimista,
anche se in ultima analisi l’artista è una figura tragica.
Questa è una bella citazione. Vorrei averla letta quando studiavo cinema all’università! Realizzare “Controle” è stato in primo luogo una decisione pratica. Di fronte a una cura così lunga non volevo rinunciare a tutta la mia vita. Così ho continuato la mia professione, scattare fotografie.
Questo processo è stato molto importante nei momenti in cui ero più spaventata. La macchina fotografica era un modo di guardare la paura nei miei occhi e anche di puntare lo sguardo verso il personale medico. Loro non sono abituati ad avere persone che li osservano.
Tutto ciò ha creato anche delle situazioni comiche: cercavano di metter bocca su chi dovesse entrare per primo nella mia stanza quando li aspettavo con la macchina fotografica al collo!
Come concili la ricerca dei tuoi lavori personali con quelli commissionati per l’editoria?
Il mio lavoro personale proviene da un profondo senso di necessità verso tematiche che sono vicine al mio cuore. Il mio modo di procedere è molto intuitivo: è tutta una questione di sentimenti, fiducia e intuizione.
Ma come persona mi devo relazionare con il mondo che mi circonda e mi piace incontrare persone!
Sono curiosa di conoscere il loro mondo, le loro motivazioni e navigare nel flusso della vita. Alla fine i miei lavori su commissione e il mio lavoro personale fanno entrambi parte di me. Almeno per ora. In futuro le due cose potrebbero diventare una. Sarebbe fantastico!
Puoi consigliarmi un fotografo emergente il cui lavoro ti ha colpito recentemente?
Alisa Resnik fa dei lavori che solo lei potrebbe realizzare. È il suo mondo a Berlino e Petersburg, è estremamente talentuosa. Ha davvero un dono!







