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22 Set 2014

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alessandro

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[FuoriFuoco] Intervista a Jordi Huisman
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© Jordi Huisman

© Jordi Huisman

Jordi Huisman è nato ad Almere, nei Paesi Bassi il 1982. Dopo il BSc in Ingegneria, design e innovazione ha studiato all’accademia d’arte KABK a l’Aja. Lavora come freelance dal 2005.
La serie sul sistema di difesa missilistico americano nella Repubblica Ceca è stata pubblicata sul Vrij Nederland nel 2008. I ritratti della serie “Football dads” sono stati pubblicati nel 2008 su Volkskrant Magazine. Dal 2006 al 2010 ha girato l’Europa e il Giappone con il duo hip-hop di Amsterdam Pete Philly & Perquisite. Le foto del tour in Giappone hanno ricevuto la menzione d’onore al premio fotografico Popview nel 2009.
La serie “on hold/laid off” sulla fabbrica General Motors a Janesville, Wisconsin è stata premiata al Zilveren Camera 2009.
Il lavoro “Close, but not really” è stato finalista a Fotografia Festival, Roma 2012. Nel 2013 ha pubblicato il libro “Rear window” con la casa editrice The Velvet Cell. Collabora con la rivista Freunde von Freunden. I suoi lavori personali sono esposti a livello internazionale, rappresentato dalla mini | galerie. I lavori editoriali sono rappresentati da Hollandse Hoogte.

© Jordi Huisman

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Outline è un lavoro molto interessante di analisi del rapporto uomo-natura. Come entrano in relazione le tue immagini in tale connessione?

L’obiettivo principale del mio lavoro è quello di indagare come le forme del genere umano, gli artefatti e i vari fattori connessi interagiscono con l’ambiente circostante. Quello che mi affascina è l’impatto che gli esseri umani hanno avuto e ancora hanno su quasi tutto ciò che ci circonda. Outline rappresenta bene questa idea. Il progetto mostra un pezzo di terra che non sarebbe lì se non per la volontà di ingegneri e politici olandesi, con lo scopo di avere a disposizione più superficie terrestre e meno superficie acquatica. Gli olandesi sono noti per la loro secolare battaglia contro l’acqua, e crediamo sempre di vincere.

© Jordi Huisman

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“Agli occhi di un sensitivo dietro a un paesaggio c’è sempre un altro paesaggio, che si percepisce con la vaghezza e l’indefinitezza dei fatti immaginativi”.
Qual è la tua idea di paesaggio?

Per me il paesaggio è qualcosa che si può solo osservare, ma mai farne veramente parte. C’è sempre un altrove, lontano. Per me fotografare il paesaggio è un modo per cercare di catturare la sensazione di voler essere in questo altrove attraverso la scena raffigurata.

© Jordi Huisman

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Guardando i tuoi lavori in ordine cronologico appare evidente come la tua ricerca si concentri sempre più verso una fotografia di analisi del paesaggio, al contrario dei primi progetti che conservano un carattere più documentario e reportagistico inteso in un senso ampio.
Qual è stato il percorso che ti ha portato in questa direzione?

Questo spostamento è stato in realtà un processo molto graduale. Penso che l’utilizzo di una macchina fotografica grande formato mi abbia guidato in questa direzione. Outline è stata la prima serie che ho realizzato quasi completamente con una 4×5“. Il grande formato e il modo di lavorare lento che ne consegue non consente un flusso di lavoro veloce e quindi uno stile documentaristico come in Close, but not really. Quella serie è stata fatta completamente con una Mamiya 7. Una volta raggiunta una certa confidenza con tale macchina, è diventata anch’essa uno strumento molto veloce.
L’anno prima avevo iniziato a lavorare a Close, but not really, avendo ancora la voglia di diventare un fotoreporter irriducibile! Alla fine mi sono reso conto che i tempi veloci e le corse del fotogiornalismo non sono decisamente fatti per me. Così, nel corso degli anni, ho rallentato il mio processo di lavoro e questo mi ha portato oggi ad essere più un fotografo di paesaggio. Si potrebbe anche sostenere che la mia area di interesse si è spostata dal fotogiornalismo al paesaggio e che quindi ho mutato il mio processo di lavoro per tal motivo. Alla fine probabilmente si tratta di una combinazione di tutte queste cose.

 

© Jordi Huisman

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Ci sono degli autori a cui fai riferimento o che sono stati importanti nella tua formazione di fotografo?

Sì, il mio collega olandese Rob Hornstra è stato una grande fonte d’ispirazione sin da quando ho iniziato il processo di evoluzione del mio lavoro documentario. Il suo progetto Communism & Cowgirls mi ha ispirato molto. Il suo modo di fotografare ritratti e interni è davvero rivelatorio. Anchei lavori di Alec Soth, Sleeping by the Mississippi e Niagara Falls sono stati molto importanti per me, in realtà per lo stesso motivo di Hornstra. Inoltre Uncommon places di Stephen Shore è stato di estremo interesse per capire come egli sia entrato in relazione con il paesaggio urbano.

© Jordi Huisman

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Nella realizzazione di un progetto quali sono le scelte che ti guidano all’utilizzo di una macchina piuttosto di un’altra. Quali sono le tue metodologie di lavoro?

La Mamiya 7 è per me ancora un’ottima scelta se devo lavorare a immagini documentarie con un taglio legato alla fotografia di strada. È una macchina fantastica per cercare di catturare quei momenti così piccoli che danno alle immagini quel qualcosa di singolare, come ad esempio la foto dei palloncini in Close, but no really.
Però apprezzo anche la risoluzione e il livello di dettaglio del grande formato. Anche il fatto di dover considerare con molta attenzione la composizione con il 4×5” mi fa guardare in un modo totalmente diverso. Adesso sto lavorando in Louisiana per un progetto di fotografia documentaria e di paesaggio. Questo progetto è incentrato sugli effetti dello shale-gas sul paesaggio e sulle comunità. Sto usando sia il grande formato che la Mamiya 7 per cercare di creare un equilibrio tra le scene di paesaggio, più statiche, e le scene di strada più dinamiche.
Potrebbe accadere che userò solo per poche immagini la 4×5” o solo per poche immagini la 6×7. Lascerò che le situazioni mi guidino.

Mi consigli un fotografo “emergente” che hai scoperto di recente?

Davvero non so quando qualcuno possa essere considerato ancora emergente. Comunque mi vengono in mente tre nomi: Hin Chua, Bryan Schutmaat e Maarten Boswijk.

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