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Stefano Parrini - Le Tracce ©
Stefano Parrini nasce a Barberino Val d’Elsa (FI) vive a Sangimignano (SI). Dal 2007 ha partecipato a numerose mostre in tutta Italia, conseguendo diversi premi. Nel 2007 vince il premio “Epson-Le Logge” al Toscana Fotofestival (terzo classificato nel 2010), nel 2008 vince il “Portfolio dell’Ariosto”, nel 2009 menzione d’onore al LUCCAdigitalPHOTO Contest e vince il premio “A Better World”, nel 2010 ottiene una menzioni d’onore all’IPA International Photography Awards e una menzione d’onore al Blurb Photography Book Now, nel 2011 vince il SI Fest. Espone in varie citta’ italiane partecipando a varie manifestazioni (Portfolio Italia, Toscana Foto Festival, Confini07, FoFu Phot’art , Musinf, Artefiera OFF) e pubblica su alcune riviste di settore (Il Fotografo, Fotoit, FotoCult, Gente di Fotografia). Dal 2011 fa parte del collettivo Synap(see).
Guardando i tuoi lavori colpisce molto la padronanza di diversi linguaggi fotografici legati all’uso di differenti strumenti: digitale, stenopeica, toy camera, polaroid… Qual è il percorso che ti ha portato in queste direzioni varie e quale approccio ti porta a prediligere un mezzo piuttosto che un altro?
Il percorso che mi ha portato ad usare vari tipi di mezzi fotografici è semplicemente quello della mia ricerca personale e della mia curiosità fotografica, la voglia di impararare ad usare nuovi mezzi espressivi anche solo per possederli è un piacere che mi accompagna da quando ho iniziato a fare foto. Provare una vecchia polaroid o costruire un foro stenopeico è sicuramente emozionante…
Per quanto riguarda il prediligere un mezzo piuttosto che l’altro dipende sempre dai lavori che faccio. Scelgo abbastanza istintivamente fin dall’inizio, immagino già le foto che cercherò di fare con le caratteristiche specifiche del mezzo. Spesso mi trovo bene, altre volte cambio perché non soddisfatto dei risultati. In fondo sono sempre quelli che poi mi fanno prediligere un mezzo a discapito dell’altro.
Recentemente l’analogico sta trovando nuovi spazi grazie a strumenti che fanno della bassa fedeltà il loro gioco forza (mi riferisco al mondo della lomography, ecc.), quasi in antitesi alla “perfezione dei numeri” degli apparecchi digitali.
Come contrappasso a questa tendenza nel digitale sono sorti molti software che attraverso algoritmi riproducono in maniera posticcia “l’imperfezione con anima” di polaroid e holga.
Che ne pensi?
Mah! Penso di aver fatto un percorso che mi ha portato a un pensiero abbastanza semplice che si pone in alto rispetto a tutte le diatribe digitali analogiche e di postproduzione. O meglio, non mi sembra più il caso di analizzare la fotografia attraverso il mezzo fotografico che è stato usato. Io penso che la fotografia debba avere un respiro più ampio al pari di altre discipline artistiche, oramai siamo di fronte a un uso abbastanza universale della fotografia e parlare di mezzi mi sembra molto riduttivo. Sarebbe meglio parlare di concetti e di risultati fotografici.
In sintesi ben venga la low photography come ben venga il digitale più spinto, purché il mezzo non prevarichi il concetto che si vuol esprimere, come dire: se hai da dire qualcosa usa quel che ti pare, sarai ascoltato!
Negli ultimi anni sono sorti vari collettivi fotografici, alcuni per promuovere attività culturali, altri firmano lavori collettivi, altri uniscono fotografi puntando sulla distribuzione. Che ci puoi dire della tua esperienza con Synap(see)?
La mia esperienza all’interno di Synap(see) è molto stimolante. Il nostro collettivo è un insieme di fotografi che si sono trovati per la stessa passione e per lo stesso approccio che hanno verso la fotografia, ci siamo uniti semplicemente per far diventare realtà la nostra voglia di parlare di temi comuni con progetti eterogenei guardando al confronto come stimolo creativo.
Il fatto di riunirci e di trattare certi temi è un modo per crescere e per produrre lavori che altrimenti non avrei nemmeno preso in considerazione. Land Market, ad esempio, è nato per il collettivo nel progetto Terra nostra, che è poi stato quello che ha dato l’inizio a tutto.
Forse è anche un modo per proporsi in maniera diversa e per essere più riconoscibili al mondo fotografico. Il primo anno è stato molto bello con lavori premiati e con riconoscimenti, speriamo di produrre ancora cose interessanti e apprezzabili.
Tra i lavori presenti sul tuo sito, qual è quello al quale sei più legato?
Potrei dirti l’ultimo lavoro Land Market per il quale ho speso molte energie e che mi ha dato soddisfazioni. Ma in realtà il lavoro a cui son più legato si chiama Le Tracce, perché mi ricorda luoghi e periodi della mia vita molto belli ed è rivolto spesso alla mia anima e parla di dimensioni in cui mi identifico spesso. Queste foto le ho scattate in pieno deserto algerino immerso in un atmosfera e in un luogo che amo molto.
Ci puoi dire qualcosa riguardo la genesi di Land Market, qual è l’idea dalla quale sei partito, come ti sei mosso per trovare i luoghi. Dicevi che è nato per il collettivo, c’è stata una forma di collaborazione a più mani per la sua realizzazione?
L’idea Land Market è nata in una riunione del collettivo. Quando abbiamo deciso il tema da svolgere nel 2011 Terra Nostra mi è venuto in mente il carrello fin da subito e già mi sono immaginato due o tre installazioni. Mentre ne parlavamo anche agli altri suonava bene e ci siamo divertiti a trovare situazioni interessanti da scattare, penso che senza gli stimoli del collettivo non avrei mai scattato un lavoro come questo.
Per le location, dopo un po’ di idee e bozzetti disegnati, ho sfruttato la mia buona conoscenza del territorio toscano e di altri luoghi in cui son capitato. Praticamente avevo sempre il carrello in macchina da sfruttare appena mi veniva un’ idea valida.
La collaborazione è anche andata oltre: c’è stato proprio un aiuto fisico, altrimenti alcuni scatti da solo non li avrei proprio potuti fare per la difficoltà di trasportare il carrello in luoghi impervi e difficili da raggiungere.
Chiaramente l’idea di base è semplice ed è stata quella di criticare il mercato globale e il consumismo, compreso lo sfruttamento delle risorse naturali della terra.
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Stai lavorando a qualche progetto in questo periodo?
Sto lavorando a un nuovo progetto che tratta il tema di un’altra vita è possibile. Sono ancora in fase di studio. Penso che anche questo durerà circa un anno.
Ci sono altre forme di espressione artistica che ami e che magari ti offrono qualche spunto di riflessione per i tuoi progetti?
Ho avuto anche altre passioni. In passato ho suonato la chitarra e ho lavorato l’argento per diverso tempo. In generale ho bisogno di esprimermi e vado un po’ a periodi, anche se ora dedico alla fotografia quasi tutte le mie energie.
Amo molto anche il cinema e senza dubbio sarebbe interessante unire fotografia, musica, video e anche altre forme d’arte in un’unica installazione. Ancora però non sono riuscito a fare un progetto ragionato per più espressioni artistiche, mi limito a fare il fotografo.
Certo che mi piacerebbe andare oltre, usare la fotografia insieme ad altre discipline per creare installazioni o racconti più complessi, forse con Land Market ho dato un inizio, non so… vedremo!
Il nome di un nuovo fotografo/a di cui apprezzi il lavoro?
Di fotografi che mi piacciono ce ne sono tanti, davvero non vorrei dirne uno!
In generale anche tutti quelli non famosi che si trovano in rete e che scopri girando per manifestazioni, e son tanti. Spesso trovo lavori interessanti che ti allargano le vedute e ti lasciano qualcosa… Mi piace molto la fotografia nordica.
Per rispondere alla tua domanda cito l’ultimo lavoro di Anna Di Prospero, Self-portraits with my family.



grandissimo stefano!