Simona Pampallona è una giovane fotografa romana nota per il suo lavoro nel campo del reportage sociale, tematica che le ha già consentito di aggiudicarsi il premio Foianofotografia 2010 per il progetto chiamato “Le voci degli amici”. Tra le molteplici esperienze, un posto di riguardo va alla fotografia di scena: un impegno che svolge prestando una speciale attenzione alle interazioni tra lo spazio urbano e quello cinematografico e al ritratto ambientale. Con le immagini di Corpo Celeste, film ambientato a Reggio Calabria, si è aggiudicata il Premio Luca Pron e le sue foto sono state esposte al Museo del Cinema di Torino e in seguito alla Galleria Mondo Bizzarro. Al momento è impegnata in vari progetti fotografici a lungo termine e collabora attivamente con scrittori e giornalisti nei suoi progetti.
Questo lavoro sulle occupazioni abitative a Roma mi ha subito colpito per la scelta di un linguaggio non stereotipato. Nonostante la tematica si presti a una lettura di questo tipo, dal tuo lavoro emerge un legame intimo e diretto con i luoghi e un rapporto che svela l’umanità delle persone rappresentate. Qual è la genesi di questo progetto?
Il progetto è cominciato circa sei anni fa, quando fu occupata la palazzina di via del Casale de Merode. In realtà all’inizio mi rifiutai di fotografare il posto dove vivevo. Mi sembrava potesse divenire un’ossessione, ma questo forse ancora oggi me lo chiedo. Cominciò tutto con una foto scattata di notte, e in verità quella foto fu scattata principalmente per noia. Durante i picchetti notturni presi l’abitudine di portarmi la macchina fotografica con me, una pesantissima Pentax, anche soprannominata “la reflexxona”. Una sera scattai una foto che ancora oggi è tra le mie preferite. Allora ricercai quelle atmosfere e cominciai a fotografare solo di notte. Dopo un bel po’ di tempo mi resi conto che non mi bastava più nemmeno quello e decisi di cominciare di giorno. Ancora oggi è un lavoro che si modifica in continuazione, cambia strada e poi ricomincia. Credo alla fine di aver accettato l’idea di “diario fotografico” come una forma aperta per continuare a fotografare, senza pormi né limiti né strutture.
Conoscendo altri tuoi lavori, mi sembra che emerga una connessione molto forte tra la tua vita, le tue esperienze personali e la fotografia. Qual è il rapporto tra il tuo vissuto e l’esigenza fotografica?
Ho cominciato a fotografare all’età di quindici anni e da allora, anche se con lunghe pause, non ho mai smesso. Ho cambiato tanto la mia maniera di fotografare ma ancora oggi mi piace cambiare lo strumento e lo stile fotografico. Ho fotografato la mia famiglia, e per la prima volta mi sono fotografata anch’io, pochi mesi fa. Alcuni lavori mi hanno assorbito completamente, anche con la loro tristezza. Le storie di vita, credo, sono le più difficili da raccontare e le più facili per coinvolgimento. Adesso ho voglia di fare qualcosa di più “artistico” e mi piacerebbe fare anche un lavoro a più mani.
Come cambia il tuo approccio quando progetti un lavoro personale rispetto a un lavoro su commissione o editoriale?
Credo che nel lavoro ci siano sempre dei limiti, ma non per forza credo che questi limiti siano un ostacolo. In ogni lavoro ci sono delle regole e secondo me una brava fotografa deve sapere essere dentro quelle regole, riuscendo a dare il proprio punto di vista e anche sovvertirle un pochino. Così mi sento soddisfatta del lavoro per Corpo Celeste e così trovo interessanti lavori molto diversi da quello che mi piacerebbe fare, perché credo che l’esperienza sia la vera scuola per imparare a fotografare.
C’è un/a fotografo/a che recentemente hai scoperto e stai seguendo oppure ti va di condividere qualche lavoro che ti sta ispirando?
Sono innamorata del lavoro Mar Nero di Vanessa Winship. Credo mi stia influenzando molto, visto che ho cominciato a fare anch’io i ritratti ai bambini in occupazione!
[Qui una storia delle occupazioni abitative romane a cura del Coordinamento Cittadino Lotta per la Casa.]

Molto interessante, bravi e brava
Il prossimo progetto in cantiere di Simona?