Autore
Condividi
Dall’ambrotipo al procedimento Obernetter, nel primo dossier EXTRA della rubrica FuoriFuoco, proponiamo una rassegna delle antiche tecniche di stampa fotografica. Ogni procedimento è accompagnato da relativi esempi. Abbiamo scelto, quando possibile, lavori di fotografi contemporanei. Ci sembra infatti che le tecniche analogiche possano spesso restituire le molteplici possibilità espressive legate all’artigianalità del processo fotografico in un’era dove la larga diffusione di apparecchi digitali (dai foto-fonini alle compatte), connessa all’assuefante flusso di immagini della comunicazione contemporanea, tende a uno svuotamento del medium e a un’eterna ripetizione dell’uguale.
“Tre punti fondamentali:
Primo Punto
Per la luce di sicurezza della bacinella dello sviluppo vi consiglio di utilizzare quella giallo-verde o ambra, con la luce rossa è quasi impossibile valutare la stampa.
Secondo Punto
Importantissimo per una camera oscura è avere un ricambio continuo di aria.
Terzo Punto
Le pareti della camera oscura devono essere bianche.”
Luciano Corvaglia, Negativopositivo, Diario di uno stampatore, ed. Postcart, 2011
|
Ambrotipo Dal greco indistruttibile. Positivo diretto al collodio umido utilizzato negli anni dal 1853-5 al 1863-5. In genere si tratta di ritratti fortemente sottoesposti che, osservati in particolari condizioni, possono apparire sia positivi che negativi. La lastra negativa al collodio diviene positiva quando è disposta su un fondo scuro: le ambrotipie venivano presentate e poste in commercio in apposite custodie rivestite di panno nero. L’effetto si otteneva sbiancando con acido nitrico o bicloruro di mercurio un negativo, l’argento annerito si mutava in argento bianco comune e l’immagine diventava quasi positiva. Il nome venne coniato da M. A. Root (1808-1880), mentre James Ambrose Cutting (1814-1867) perfezionò il procedimento aggiungendo canfora e bromuro di potassio al collodio e usando resina d’abete per fissare il vetro alla lastra. foto di Patrice Dhumes |
|
|
Aristotipo Procedimento inventato da Liesegang intorno al 1886 che comprende i positivi al collodio ad annerimento diretto e i positivi alla gelatina ad annerimento diretto (carta al citrato). La carta aristotipica era del tipo ad immagine evidente cioè stampabile a vista per azione diretta della luce solare che, grazie al cloruro d’oro, acquistava tonalità brune intense e doveva poi essere immersa in un bagno di fissaggio per attribuire colorazioni particolari alla copia stampata. Le carte aristotipiche ebbero una notevole diffusione, sostituendo quasi completamente quelle albuminate, ma intorno al 1920 caddero a loro volta in disuso. |
|
|
Autocromia I fratelli Lumière sfruttarono il principio di J. Joly (vedi procedimento a colori additivo) per le loro lastre autochrome, ideate nel 1904 e poste in vendita nel 1907. La lastra fotografica veniva ricoperta con migliaia di microscopici granelli di fecola, preventivamente colorati. Un terzo dei granelli erano color arancione, un terzo verde, e un terzo violetto; ed erano mescolati insieme in modo che i colori primari fossero distribuiti uniformemente sulla superficie della lastra, che veniva poi ricoperta con l’emulsione. L’esposizione avveniva sul retro della lastra. Una volta sviluppato il negativo si trasformava in positivo con il procedimento dell’inversione, e la diapositiva che ne risultava riproduceva i colori originali. La prima esposizione pubblica negli USA di lastre autochromes di Steichen, F. Eugene e Stieglitz ebbe luogo alle Little Galleries Photo-Secession a New York nel novembre del 1907. La fabbricazione delle lastre fu sospesa nel 1932, per essere sostituita da Filmcolor, Lumicolor e Alticolor su supporto non rigido. |
|
|
Avoriotipo Procedimento di origine americana il cui risultato imitava la struttura e luminescenza dell’avorio. Da un negativo dovevano essere ricavate due differenti stampe, una su carta sottile, l’altra su pellicola. Le due immagini venivano montate sovrapposte, unite da uno strato di cera fusa e pressate a caldo su di una lastra di cristallo. Il brevetto venne ottenuto da Mayall nel 1865. |
|
|
Callitipo Detto anche Procedimento Van Dyke. Procedimento fotografico a base di sali di ferro (ossalato di ferro) e di nitrato d’argento utilizzato per la stampa a contatto di negativi. foto di Charles Guerin |
|
|
Calotipo Stampa positiva diretta o negativo su carta. Procedimento inventato da Fox Talbot nel 1841 e in uso fino al 1860. La carta, immersa in due soluzioni, una di nitrato d’argento, l’altra di ioduro di potassio, diventava altamente sensibile alla luce dopo un lavaggio con un miscuglio di acido gallico, acido citrico e nitrato d’argento, soluzione che Talbot chiamò gallo-nitrato d’argento. Dopo l’esposizione la carta doveva essere immersa in un bagno della stessa soluzione per far apparire l’immagine. Per fissare il negativo si usava inizialmente bromuro di potassio e più tardi una soluzione calda d’iposolfito e per la stampa, carta impressionata al cloruro d’argento. Dai fogli trattati in cloruro d’argento e gallo-nitrato d’argento di Talbot, si passò ai fogli trattati in soluzione di ioduro di potassio e poi nitrato d’argento, sviluppati in acido gallico (Blanquart-Evrard), con copie eseguite su carta all’albumina. Oppure carta sensibilizzata con acqua di riso, miele e bianco d’uovo e bagnata in nitrato d’argento (Le Gray) che cerava il negativo. Il calotipo permetteva di ottenere copie a contatto; le stampe, però, presentavano una certa granulosità. foto di Ricardo Barquìn Molero |
|
|
Cianotipo Stampa su carta cianografica. Procedimento di copia a ricalco fotografico a contatto diretto messo a punto da Hershel intorno al 1842, non argentico, bensì basato sulla sensibilità dei sali ferrici. Detto anche procedimento al ferroprussiato. foto di Andrea Baldi |
|
|
Collotipo Variante della fotolitografia. Come evoluzione della tecnica ideata da Alphonse Louis Poitevin intorno al 1850, nel 1868 Joseph Albert (1825-1886) di Monaco fece aderire al vetro finemente smerigliato uno strato di gelatina bicromatata indurendola poi con l’esposizione alla luce. Il procedimento è basato sulla proprietà del bicromato di potassio di alterare la solubilità in acqua di colloidi come albume, gelatina, gomma arabica, se esposti alla luce. La gelatina assumeva, essiccandosi un andamento reticolare. Su questo strato se ne spalmava un altro della stessa sostanza, destinato a riprodurre l’immagine. Si usavano poi due tipi di inchiostrazione spessa per le ombre. Il metodo era detto anche Albertype o Albertipia. |
|
|
Dagherrotipo Immagine fotochimica unica su lastra di rame o positivo diretto con destra e sinistra invertite rispetto al soggetto. Louis Jacques Mandé Daguerre nel 1839 aveva scoperto l’immagine latente sulle lastre di rame argentato (cm 16×21), che si rivelava ai vapori di mercurio. Per ottenere un dagherrotipo il procedimento era in linea generale come segue: (1) Pulitura e lucidatura di una lastra di rame argentata; (2) Sensibilizzazione della lastra per mezzo dei vapori di iodio: questa operazione si effettuava all’interno di un’apposita scatola e serviva a formare un sottile strato di ioduro d’argento sulla superficie della lastra stessa; (3) Sviluppo mediante vapori di mercurio riscaldato i quali, depositandosi sulle parti impressionate dalla luce, le rendevano chiare in campo scuro; (4) Fissaggio con iposolfito di sodio. Le lastre usate erano di misure standardizzate: cm. 21.5×16.5; 10.5×8; 7×5.5; 16×12; 8×7. foto di Li Junyi |
|
|
Eliotipia Tipo di fotoriproduzione ad intaglio mediante il quale si ottengono sia incisioni in incavo che a rilievo. La lastra di rame lucidato viene preparata con polvere di resina. Sulla lastra preparata si trasferisce l’immagine stampata su un tessuto al carbone. Le parti dell’immagine rimaste solubili vengono sciolte in acqua calda. La lastra viene poi esposta a più morsure di percloruro di ferro preparato in varie concentrazioni che producono un intaglio proporzionale ai toni della fotografia originale. In questo intaglio va a depositarsi l’inchiostro per la stampa. La tecnica è stata ideata da Karel Vàclav Klic. |
|
|
Ferrotipo Tipo di positivo diretto, ottenuto su lastrine di latta smaltate e sensibilizzate, inventato da Adolphe-Alexandre Martin nel 1852. I Neff, peraltro, ottennero in cessione il brevetto per fabbricare lastre laccate da Hamilton L. Smith nel 1856, e in quello stesso anno cominciarono a fabbricare le lastre preparate che chiamarono Melainotype, ma prevalse il nome assegnatogli da un altro fabbricante, Victor M. Griswold. Il procedimento consiste nel preparare sottili fogli di ferro, laccati di nero e coperti da un’emulsione sensibile, in genere gelatina al bromuro, ma anche al collodio che, dopo lo sviluppo, dà un’immagine positiva di riflesso. foto di Phil Nesmith |
|
|
Fotocalcografia Incisione incavografica su lastra di rame appositamente preparata, ottenuta fotograficamente, grazie alle proprietà della gelatina e di altri colloidi (specialmente albumina e gomma) di risultare, in presenza di bicromato di potassio, idrorepellente dopo l’esposizione alla luce. Questa tecnica viene solitamente usata per le illustrazioni dei rotocalchi. foto di Karena Goldfinch |
|
| Lichtdruck
Procedimento di tipo collotipico consistente nel trasformare un negativo in un positivo al cloruro d’argento. Ideato da J.B. Obernetter nel 1886. L’immagine ottenuta viene trasferita su una lastra di rame decomponendola mediante elettrolisi: il cloro liberato incide la lastra di rame in proporzione al cloruro d’argento che forma l’immagine stessa. |
|
|
Oleotipia Procedimento di riproduzione fotografica con inchiostro grasso, su carta gelatinata, preventivamente trattata con bicromato di potassio, utilizzato per lo più nella riproduzione di stampe artistiche; fu realizzato nel 1855 da Poitevin. Tipo di stampa al pigmento. foto di Rosario Tinnirello |
|
|
Palladiotipia Processo delicato e costoso, per l’impiego di sali di metalli nobili. Le immagini prodotte offrono però un’eccellente stabilità nel tempo. La sensibilizzazione viene fatta con tre soluzioni, da mescolare opportunamente prima dell’uso. La prima è a base di acido ossalico e ossalato ferrico; la seconda contiene acido ossalico, ossalato ferrico e clorato di potassio; la terza, cloroplatinito o cloropalladiato di potassio (Platinotipia o Palladiotipia). Oltre al costo e alla difficile reperibilità dei sali di platino e di palladio, va tenuto presente che l’ossalato ferrico del commercio non è sempre sufficientemente puro; è quindi preferibile prepararlo in proprio. Immediatamente prima dell’uso si mescolano le prime due soluzioni e si aggiungono alcune gocce della terza: con questa miscela si sensibilizza la carta in luce attenuata, asciugandola poi fino a perfetta secchezza. Si espone per contatto sotto un negativo e si sviluppa in una soluzione satura di ossalato di potassio. Si tratta poi con acido cloridrico diluito, si lava a fondo e si asciuga. foto di Wolfang Moersch |
|
|
Platinotipia Tipo di stampa con carta ai sali di platino, dovuto a William Willis tra il 1873 e il 1879, che si basa sulla proprietà dei sali di ferro di passare dallo stato ferrico a quello ferroso per esposizione alla luce. In presenza del formarsi di sali ferrosi i sali di platino, se sviluppati in ossalato di potassio, si trasformano in platino, metallo ben più stabile dell’argento. La carta sensibilizzata fu messa sul mercato dalla Platinotype Company di Londra. foto di Mike Chervinko |
|
| Procedimeno al carbone
Il procedimento di stampa brevettato da Alphonse Louis Poitevin nel 1855 consisteva nel mescolare particelle di carbone con gelatina e bicromato di potassio. La carta veniva ricoperta con quest’emulsione e asciugata. Dopo l’esposizione attraverso il negativo, si scioglievano in acqua le parti non impressionate, ottenendo cosi un’immagine con chiaroscuri proporzionali alla densità e alla trasparenza del negativo. I mezzi toni non erano resi in maniera soddisfacente e nel 1864 Sir Joseph Wilson Swan brevettò un procedimento di trasporto (transfert) su carta al carbone, acquistabile in commercio in tre diverse gradazioni di contrasto e in tre differenti colori, nera, seppia e bruno-rossastra, che doveva essere sensibilizzata in soluzione di bicromato di potassio. Una volta asciugato, il foglio era esposto a contatto con un negativo e quindi immerso nell’acqua insieme ad un foglio di carta bianca. Quando i fogli erano ben umidi, venivano fatti asciugare insieme, poi nuovamente immersi in acqua calda. La gelatina che non era stata esposta si dissolveva, permettendo così al fotografo di togliere il supporto di carta e conservare invece la superficie esposta. Poiché l’immagine era rovesciata di lato, solitamente si eseguiva un secondo transfert. foto di Spiffy Tumbleweed |
|
|
Procedimento Carbro Detto anche Ozobromia. Il procedimento di stampa carbro ideato da Thes Manley nel 1905 (da CARbone BROmuro) permette di trasformare una stampa alla gelatina – bromuro d’argento, mettendola a contatto con un materiale particolare, ovvero il foglio carbro cosparso di gelatina al pigmento sensibilizzato in una soluzione di bicromato di potassio e in un bagno sbiancante. Per azione chimica e grazie ad una serie di trasporti si ottiene un’immagine monocroma che non sbiadisce. foto di Harry Warnecke, 1949. Collezione John Lloyd Lovell
|
|
|
Procedimento alla carta salata La carta salata (salted paper, in inglese) è un antico procedimento di stampa fotografica inventato da William Henry Fox Talbot nel 1833 circa. foto di Silvino González Morales |
|
|
Procedimento alla gomma bicromatata Semplificazione delle tecniche di stampa al carbone. il procedimento si basa sulla proprietà della gomma arabica, in presenza di bicromato di potassio, di modificare la propria idrosolubilità se esposta per qualche tempo alla luce. Quanto più forte è l’azione della luce sulla gomma bicromatata tanto meno facilmente questa si scioglie. Un pigmento viene mescolato con la gomma bicromatata e applicato sulla superficie di un foglio di carta da disegno, che viene quindi lavato. Una volta asciutto, il foglio viene messo sotto un negativo ed esposto alla luce. Poi si lava con acqua calda e allora appare l’immagine. Lo sviluppo è fatto con un pennello. Se sulla carta si versa acqua caldissima, tutto il pigmento viene tolto. Le zone deboli possono essere rafforzate rivestendo nuovamente la carta con gomma arabica e pigmento. In questo modo si possono applicare colori diversi sullo stesso foglio di carta. Molte combinazioni sono così possibili: si può rivestire di gomma un foglio di platino e stamparlo di nuovo per dargli maggiore profondità. foto di Dave Molnar |
|
|
Procedimento Obernetter Procedimento positivo ai sali di rame, col quale è possibile ottenere un’immagine trattandola con solfocianato di potassio e poi con defficianuro di potassio. La carta esposta, se non viene trattata subito, perde rapidamente l’immagine impressa e può essere di nuovo utilizzata per un’altra stampa. foto di Guenther Wilhelm |
fonti:
// i fotografi e le fotografe che gentilmente hanno concesso l’utilizzo delle loro foto per l’articolo //
// Glossario di terminologia fotografica, a cura di Laura Corti e Fiorella Gioffredi Superbi //
// Alternative Photography //
// Gruppo Namias //
bibliografia (gruppo namias):
- G. Bolognesi ”Antiche Tecniche” – Collana Manuali di Fotografia di Tutti Fotografi – Editrice Progresso, Milano 1994 *
- “Fotografia: metodi alternativi” – Collezione PF 11 e 12 1978 – Il Progresso Fotografico, Milano 1978*
- S. Berselli & L. Gasparini ”L’archivio fotografico” – Zanichelli 2000
- L. Scaramella ”Fotografia. Storia e riconoscimento dei procedimenti fotografici” – Ed. DeLuca, 1999
- D. Bianca ”Le stampe d’arte fotografiche” – Cesco Ciapanna ed., Roma 1995
- A. Mina & G. Modica ”L’arte della Fotografia” – Hoepli 1987
- “Filtri Kodak per uso scientifico e tecnico” – Kodak, 1986
- S. House ”Tecnica fotografica per artisti” – Cesco Ciapanna ed., Roma 1984
- S. House ”Tecnica fotografica per artisti” – C. Ciapanna Ed., Roma 1984
- W. Crawford ”L’età del collodio” – C. Ciapanna Ed., Roma 1981
- “Nozioni sul colore nelle arti grafiche” – Kodak, 1981
- F. Maggio ”La stampa d’arte: incisione” – Il Castello, Milano 1979
- R. Namias ”Chimica Fotografica” – vol. I e II, 7a edizione – Il Progresso Fotografico, Milano 1929
- D. Arentz ”Platinum & Palladium Printing” – 2ed. Focal Press, 2005
- D. Morrish & M. MacCallum ”Copper plate Photogravure. Demystifyng the process” – Focal Press, 2003
- C. James ”The Book of Alternative Photographic Processes” – Delmar, 2002 **
- S. Livick ”Gum Printing” – self-published, 2001
- J. Barnier ”Coming Into Focus” – Chronicle Books, San Francisco 2000
- M. Ware ”Cyanotype – The history, science and art of photographic printing in Prussian blue” – Science Museum and National Museum of Photography, Film & Television, Bradford 1999
- G. Laughter ”Bromoil 101: A plain English working manual and user’s guide for beginners in the bromoil process” – self-published, 1999
- R. Sullivan & C. Weese ”The New Platinum Print” – Working Pictures Press, 1998
- R. Farber ”Historic Photographic Processes” – Allworth Press N.Y, 1998
- Nadeau ”Encyclopedia of Printing, Photographic and Photomecanical Process” – Atelier Louis Nadeau, New Brunswick, Canada 1997
- M. Ware ”Mechanism of Image Deterioration in Early Photographs” – Science Museum and National Museum of Photography, Film & Television, Bradford 1994
- D. Stevens ”Making Kallitypes” – Focal Press, London 1993
- L. Nadeau ”Modern Carbon Printing” – Atelier Luis Nadeau, New Brunswick 1992
- R. Kokaerts ”Procédés nobles en photographie” – Éditions pH7, Bruxeles 2001
- D. Scopick ”The gum Bichromate Book” – 2nd Ed. – Focal Press, London/Boston 1991
- L. Nadeau ”Gum Dichromate” – Atelier Luis Nadeau, New Brunswick 1987
- J.M. Reilly ”Care and Identification of 19th-Century Photographic Prints” – kodak 1986
- D.L. MacAdam ”Color Measurement” – 2nd Ed. – Springer-Verlag, Berlin 1985
- P. Fredrick ”Creative Sunprinting” – 1st. Ed. – Focal Press, London 1980
- J.M. Reilly ”The Albumen & Salted Paper Book: The history and practice of photographic printing, 1840-1895″ – Light Impressions Corporation. Rochester, 1980
- G.A. Agoston ”Color Theory and its Application in Art and Design” – Springer-Verlag, Berlin 1979
- P. Glafkidès ”Chimie et Physique Photographiques” – 4me Ed. nouvelle – Paul Montel, Paris 1976
- L.P. Clerc ”La Tecnique Photographique” – 5me Ed., Tome I et II – Paul Montel, Paris 1950
- C.B. Neblette ”Photography Principles and Practice” – 4 ed. Nostrand co. 1942
- P. Anderson ”The Technique of Pictorial Photography” – Lippincott, 1939
Etichette adesive
Archivio Caltari – 2009-2011 | Alcuni diritti timidi e riservati, altri no. | Questo sito è aggiornato con frequenza stocastica ed è quindi da ritenersi una testata probabilistica.



























La ringrazio molto per l’inclusione di una delle mie fotografie, vorrei invitarvi a vedere una serie di astrazioni nella tecnica stessa come parte del mio lavoro di laurea.
Scusa il mio italiano.
http://www.behance.net/gallery/Bipolar-Analogical-half/2686987
intersting work and… really nice packaging!
come al solito un articolo particolare e interessante
bravi tutti
davide
The carbro is of film noir “bad girl” Audrey Totter.
Thank you Alessandro, for another very interesting article.
where is polaroid emulsion transfer?
http://www.flickr.com/photos/arunas/6440063929/in/photostream
http://www.flickr.com/photos/arunas/sets/72157600206385828/
you’re right!
I think my next Extra will be about istant photography and its manipulation!
Thank you for your tip!
this is interesting,i want to try other processes if someday I can master daguerreotypes.Thank you
see more my dags,please check:
http://www.flickr.com/photos/mengshoots/
Molto interessante questo piccolo sommario sulle tecniche alternative. Grazie.