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Francesco Viscuso, nato a Catania nel Novembre del 1980, vive e lavora a Roma. Diplomatosi all’Istituto Statale d’Arte di Catania e laureatosi in Critica d’Arte all’Università di Roma “La Sapienza” con una tesi dal titolo “Joseph Cornell: diario dell’effimero”, porta avanti da anni la sua ricerca artistica che, iniziata dalla pittura, spazia dal campo del ready made a quello dell’installazione (anche sonora) e del video. Tuttavia, resta la fotografia il suo principale mezzo espressivo. Le tematiche principali del suo lavoro sono il Tempo, la Memoria e il Trauma e nelle sue opere il dramma si mescola alla critica sociale in una ricerca sempre interiore che approfondisce la questione del proprio sguardo nel rapporto con l’esser-ci. La fotografia – e più in generale l’immagine stessa – non è per lui la possibilità di un contatto con una presunta realtà esterna, ma piuttosto “la luce della mente, terribilmente sconvolta”.
Pur ammirando il lavoro di fotografi come Jan Saudek, Miroslav Tichý, Masao Yamamoto, Nan Goldin, Roger Ballen, Robert e Shana Parkeharrison, è la pittura (da Hieronymus Bosch a Rembrandt, da Vermeer a Caravaggio fino a Dino Valls) la sua principale fonte di stimolo, insieme alle atmosfere evocate dall’opera di Joseph Cornell e Marcel Duchamp. Altri importanti stimoli vengono da grandi pensatori: Sigmund Freud, Friedrich Wilhelm Nietzsche, Jacques Derrida, Maurice Merleau-Ponty; da poeti: Paul Celan, Rainer Maria Rilke, Stéphane Étienne Mallarmé, Arthur Rimbaud, Georg Trakl, Edoardo Sanguineti; dal cinema: Peter Greenaway, Lars von Trier, David Lynch, Ingmar Bergman, Andrei Arsenyevich Tarkovsky.
Iniziare un’intervista parlando del tipo di tecnica utilizzata non è molto ortodosso, né interessante. In questo caso mi sembra però imprescindibile, quindi te lo chiedo subito, così ci togliamo il pensiero: il lettore che si rapporta alle tue opere solo tramite questa pagina web potrebbe pensare di trovarsi davanti a immagini manipolate con un qualunque programma di grafica o fotoritocco, invece…
Si tratta per lo più di fotografie digitali stampate su carta, scartavetrate, in alcuni casi strappate e rincollate e infine invecchiate a mano con una pozione magica a base di bitume, acqua ragia e vernice. L’input risale al 2002: svolgevo servizio civile in una scuola per l’infanzia e in uno dei laboratori lavoravamo alla marmorizzazione della carta. Ho provato ad applicare delle varianti di quella tecnica ai miei lavori e ho trovato il risultato interessante. Ma le vere origini di questa scelta dipendono dal fatto che gran parte della famiglia di mia madre si occupa e si è sempre occupata di antiquariato e restauro e, se vogliamo andare più indietro nel tempo, uno dei miei antenati - questo l’ho scoperto solo dieci anni fa - era un falsario di opere d’arte, più precisamente di pittura antica. La mia stessa formazione ‘artistica’ è iniziata dalla pittura per poi passare alla fotografia (prima analogica, poi digitale e in futuro chissà…), solo che a un certo punto ho sentito che mi mancava il colpo di mano sull’immagine, quel gesto per me così importante per trasferire alla visione la passione, o quel non so che che, per me, fa la differenza. Emotivamente, intendo.
Carnival Motel, mi parli un po’ di questo lavoro?
Carnival Motel è nato circa due anni fa. In quel periodo, sfogliando miei vecchi diari, ho ritrovato un brano scritto tra il 14 e il 21 febbraio del 1999. Si tratta di un testo nato per essere musicato, poi dimenticato. Il titolo di questa canzone mai nata è diventato il titolo di un lavoro principalmente fotografico ma non solo: il progetto accoglie infatti anche miei scritti (vecchi diari e nuovi testi), recupera abiti usati e oggetti rifiutati, si apre a performance musicali e narrative come quella proposta circa un anno fa alla libreria Altroquando, qui a Roma, insieme alla musicista Lili Refrain. La storia è quella di un vecchio motel che ospita bizzarri e psicopatici personaggi. Il proprietario (immaginario) del motel si chiama Emerick Lenders ed è stata la sua curiosità nei confronti del comportamento umano a fargli prendere la decisione di rilevare, un giorno di Carnevale di tanti tanti anni fa, quel motel da troppo tempo abbandonato. Si narravano, a proposito di quel luogo, strane storie di spettri e sciocchezze simili, ma Mr. Lenders assicura di non aver mai visto nel suo motel lenzuola andarsene in giro da sole. Ha ospitato molti fantasmi nelle sue camere, ma di altro genere… Kate V. (la ragazza convinta di essere un gatto, morta investita da un’auto in pieno giorno), Clarissa Z. (una deliziosa prostituta ossessionata dalla perdita di un anello che da ragazza aveva ereditato e posseduto), Wert H. (pseudonimo di professione che se ne va in giro per il motel a registrare suoni e voci), Edgar H.(un simpatico assassino omosessuale, innamorato di Tye, il giovane mimo di strada), Marla D. (una donna piena d’amore e terribilmente paranoide, perdutamente innamorata di Edgar, che però è omosessuale e la rifiuta), Rose S. (la donna col cuore di pietra, inseparabile dalla sua rosa - di pietra anch’essa - con la quale si identifica totalmente), Eva G. (un’attrice schizoide, tanto amabile quanto poco raccomandabile), Paulette C. (una delicata e isterica creatura che commise suicidio per impiccagione, su un cedro, in una splendida giornata di primavera), Alexander G. (un filosofo erotomane, irruento, logorroico e di origini tedesche), K. Edo (la musicista giapponese orfana dalla nascita che inventa alfabeti impossibili), Regula K. (una ex cantante d’opera, decaduta dopo il grande successo di uno spettacolo in cui interpretava l’ Athene Noctua e rimasta incastrata in quel ruolo)… Questi ed altri sono i personaggi che il motel ospita, sono orfani, schiavi, reietti, ladri, assassini, prostitute: Poeti. Tutto poteva immaginare il buon Emerick tranne che il suo motel finisse col riempirsi di simili ospiti, ma la realtà troppo spesso supera la fantasia e dato che l’altra sua grande passione è la fotografia decide di ritrarli e di raccogliere le loro spesso disarticolate storie. Sono frammenti delle loro vite raccontategli durante i brevi soggiorni, appunti che lo stesso Lenders annota sui sui diari e che aprono uno spiraglio sulla comprensione del dramma esistenziale di quei cittadini senza città, sulle loro piccole e grandi follie (che sono forse anche le nostre), sull’abisso dell’umana solitudine nell’epoca del delirio capitalistico (che è sicuramente anche e soprattutto la nostra).
Appare evidente quanto sia impropria l’etichetta di “fotografo” e la categoria “fotografia” in relazione a te e il tuo lavoro. C’è una necessità, anche solo comunicativa, di doversi definire? Eventualmente quali parole sceglieresti? Infine le categorie riproducono linguaggi stereotipati?
Le categorie dovrebbero essere strumenti utili alla relazione verbale tra individui e/o a fare ogni tanto ordine allo scopo di non perdersi e non strumentalizzazioni atte a marcare claustrofobici confini. Personalmente amo moltissimo perdermi, amo ogni tanto fare ordine e non amo affatto le strumentalizzazioni. A Miroslav Tichý, che era anche un (grande) fotografo, la gente domandava “Cosa sei tu Mr. Tichý? Un pittore, uno scultore, o uno scrittore?” E lui rispondeva: “Sai chi sono? Io sono Tarzan in pensione”. Non sono in grado di trovare un’espressione altrettanto crudelmente ironica per definirmi. Mentirei se dicessi di essere un fotografo, ma mentirei anche dicendo di non esserlo. Probabilmente sono semplicemente un uomo che indaga “la qualità del suo sentire” - per usare le parole di Freud - e lo fa perché questo per lui rappresenta l’unica possibilità di sopravvivenza, il tentativo – per usare ancora una volta le parole di Freud – di “correggere una realtà che lascia insoddisfatti”.
Si è artista o si fa l’artista come un qualunque altro mestiere?
Fare l’artista è sempre stato anche un mestiere. Non uno fra tanti, ma uno tra i più nobili. Si è poi ingenuamente creduto nella morte del mecenatismo, nella morte della committenza e persino nella morte dell’arte stessa. Questo è un esempio di strumentalizzazione delle categorie, se vuoi. C’è stata e continua ad esserci molta confusione. La vicinanza storica non ci consente di avere una visione chiara di cosa stia accadendo, ma penso che chi leggerà in futuro il nostro Tempo sorriderà notando che quasi tutti tra il ventesimo e il ventunesimo secolo si atteggiavano, ognuno a suo modo, da artisti. Questo è molto interessante dal punto di vista della storia della Cultura, dal punto di vista dell’Arte non so, in fondo chi può dirlo? Chi riceve un dono dalla Natura è chiamato umilmente a restituirlo, ringraziando. Credo che la cosa più difficile, oggi, sia raggiungere la qualità artistica a mio parere più alta: la sincerità.
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Qualche giorno fa leggevo un libro e mi sono imbattuto in questo paragrafo:
“I canoni estetici sono ideologie strutturali prodotte all’interno di una società per generare influenze cognitive e quindi politiche, e sono uno strumento politico efficiente in quanto diretti intermediari dell’archetipo e del suo linguaggio emotivo (astratto/psichico/dissociato/incondizionato). I canoni estetici vengono creati e manipolati dall’élite proprietaria dell’idea dominante (il potere) e dagli artisti. La relazione dialettica tra queste categorie produce il gusto con cui la comunità si approccia alla bellezza, che di fatto è la distribuzione di premi e ammende atti a garantire o a minacciare la tenuta dell’idea dominante all’interno della società.”
Che ne pensi?
In parte concordo. L’immagine è indubbiamente portatrice di imponenti significati simbolici. Questa sua caratteristica è stata utilizzata da sempre allo scopo di ‘educare’ la massa, e i cattivi maestri sono come le maledizioni: sempre in agguato. Dagli affreschi delle chiese medievali alla Pop Art, se e quando all’artigiano – mi piace chiamarlo così e non artista - è stato dato molto spazio, questo è sempre rientrato all’interno di una volontà politica conscia della grande forza che metafore e metonimie acquistano se tradotte in immagini e date in pasto a un popolo tendenzialmente mantenuto ignorante. Oggi siamo dominati da maestri nell’arte dell’inganno che muovono inverosimili tentativi di sospensione di ogni attitudine al giudizio individuale e che alimentano la prostituzione del mistico, arrestando in questo modo lo sviluppo intellettuale di un popolo affranto da quel tormento dell’irrappresentabilità che si manifesta nell’abuso, paradossale e troppo spesso disarticolato, di immagini di immagini. I cosiddetti canoni estetici abilmente suggeriti dalla pericolosa élite sono come corde elastiche e suonano male. Per fortuna c’è chi resiste, chi conserva la purezza del proprio sguardo e ne fa un’arma contro le convenzioni convenute, oltre che un diverso sentiero verso il dialogo con le ombre che ogni immagine rappresenta, ri-presenta e racconta. Io confido in questa Resistenza Visionaria, per usare un’espressione rassicurante dopo tanto parlar del Male!
L’arte e la sua commercializzazione, ovvero il mercato. Due cose in antitesi, ma follemente connesse, a volte mi chiedo chi dei due alimenti l’altra. Questo vincolo è necessario per la sopravvivenza dell’artista o è possibile romperlo in qualche modo?
Comincio dicendoti che mi viene l’orticaria tutte le volte che leggo di aste milionarie dei quadri di Van Gogh e ripenso al povero Vincent che elemosinava qualche soldo al fratello per comprare colori. Il mercato dell’arte è folle, altro che Carnival Motel! Questa follia regge evidentemente degli equilibri, dà a qualcuno la possibilità di vivere del proprio lavoro ‘intellettuale’ e contemporaneamente la nega ad altri. La meritocrazia non è una qualità apprezzata in questo periodo storico, ma resta il fatto che… chi sono io per giudicare? E chi sono loro? In effetti al mercato si fanno acquisti, si tratta di commercio. Puoi apprezzarlo o no, ma è un dato di fatto. Già nel 1946 Duchamp, a Denis de Rougemont che gli chiedeva le ragioni del suo abbandono della pittura, rispondeva: “Da quando è nato un mercato della pittura, nel mondo dell’arte c’è stato un cambiamento radicale. Guardi come producono. […] non stanno nemmeno producendo dipinti, ma solo assegni”. Del giudizio, invece, si dovrebbe occupare la Critica, che però mi sembra troppo occupata a mercificare se stessa, come quasi tutta l’informazione nel nostro Paese malato. Quello che mi rattrista è che in particolare per i giovani ‘artisti’ troppo spesso si assiste a manovre commerciali miranti a stabilire quotazioni di mercato che rischiano di bruciare la carriera dei malcapitati. È un mondo, quello delle gallerie e dei commercianti d’arte, che sento troppo distante dal mio. Infatti me ne tengo alla larga. Ovviamente non intendo generalizzare e immagino che esistano anche commercianti illuminati, da qualche parte… Sinceramente quel circuito, che ho testato sulla mia pelle e che non ho desiderato approfondire, al momento continua a non interessarmi. Che il valore di un pezzo di vita di un uomo possa calcolarsi matematicamente, misurando la superficie di un’immagine, sommando basi, altezze, moltiplicando per coefficienti - dati da chi poi? e in base a quale assurdo criterio? - mi risulta intollerabile. Voglio però sottolineare che si tratta di una reazione allergica assolutamente personale e riferita al mio modo di rapportarmi al mio lavoro, e che non ho niente da ridire contro chi, all’interno di questo meccanismo, trova la sua ragion d’essere, semplicemente io no. Quando qualcuno vede le mie foto e mi domanda “Quanto costa questa?”, io dico “Il prezzo lo fai tu”. E se mi risponde, come spesso accade, “Ma così mi metti in difficoltà” io dentro sorrido e penso ad alta voce: “Ecco, questo è interessante”. Ormai nessuno viene più messo direttamente di fronte a delle scelte, a nessuno viene chiesto di operare un giudizio sul valore di ciò che gli si presenta davanti, si annaspa tra stereotipi e così si alimenta un meccanismo nichilista che finisce di rimbalzo, scusami se allargo il campo ed esco fuori tema, anche dentro le urne elettorali.
Torniamo al tuo lavoro. Il centro del tuo campo d’indagine è il corpo, mai figurativo ma teso a essere cerniera tra l’Io e il mondo. Come si definisce questa tensione tra la negazione dell’identità (mi riferisco alla mascheratura e deformazione della forma per esempio) e il bisogno di ri-definizione della stessa, attraverso il processo di creazione dell’alterità?
Dico sempre che per me la fotografia - e l’immagine in generale - non è una porta verso una presunta realtà esterna, ma la Luce della Mente, terribilmente sconvolta. L’immagine rappresenta un potenziale e mai definitivo luogo di incontro tra la coscienza e il desiderio inconscio, una traduzione – e quindi un tradimento – dei propri fantasmi. Questo è di per sé un travestimento, una maschera. I personaggi di Carnival Motel sanno che “Io è un altro” (A. Rimbaud) e non indossano delle maschere per celare la loro identità (non credono neanche di averne una, sanno di essere abitati dalla Moltitudine) ma per tentare di sfuggire alla censura di una coscienza che, diversamente, impedirebbe loro di raccontar-si. È questo, tuttavia, un paradosso, un tentativo impossibile: smascherarsi mascherandosi. Ma è quello che facciamo ogni giorno, anche in sogno. Nel gioco delle apparenze, chi vede cosa? Ognuno forse solo se stesso. Vi è un narcisismo della visione che dice qualcosa a proposito dell’autoritratto, dell’autoanalisi, di un volersi e doversi dire senza mai poterlo fare del tutto, del lutto, della paranoia dello specchio, dell’unheimlich, di questa estranea familiarità che segna il “Celestial Burning” (S. Plath), l’incontro improvviso e fatale con un Altrove così significativo da eccedere se stesso fino a diventare mostruoso, troppo vicino e contemporaneamente troppo distante. Una delle tematiche principali del mio lavoro è il Trauma. Sono le ferite della psiche che assumono sembianze umane deformate da conflittualità affettive. Gli strappi e le scartavetrature delle mie fotografie rievocano questa archeologia di irrisolti e la compresenza di Eros e Thanatos, il bitume restituisce al passato il presente e al presente il passato, gli inganni della Memoria nel suo continuo demolirsi, ricostruirsi, rimodellarsi, nella sua intermittente tensione tra sparizioni e riapparizioni, interrogazioni e silenzi, luci ed ombre.
“Pandaemonium“, il progetto al quale stai lavorando, puoi anticiparmi qualcosa?
Per quanto sia difficile parlare di un progetto prima della sua effettiva realizzazione, quello che posso dirti è che questa ricerca nasce dal desiderio di narrare un’urgenza che reputo quanto mai attuale: il risveglio della coscienza di essere noi tutti prima di ogni altra cosa esseri di Natura animati da un daimon che va quanto meno attentamente ascoltato, se non proprio assecondato, pena l’autodistruzione. Nel tentativo forse troppo ambizioso di questo desiderio, al momento sto conducendo delle ricerche su Pan, il dio della Natura trasformato dalla politica di mortificazione dell’essere umano propria del Cristianesimo nel Diavolo. La partecipazione mistica con la Natura - dove per misticismo intendo una liberazione totale, catartica e decostruzionista da ogni convenzionale visione di Dio, che sento esistente ma che per me si chiama Natura e accoglie la totalità dell’esser-ci nella sua libertà di non potersi mai veramente dire – rappresenta per me l’urgenza di un tornare a mettere in discussione la propria nudità, la propria appartenenza a una sete vitale di quell’equilibrio cosmico che la seconda natura inventata dall’uomo postmeccanico minaccia sempre più. La madre del Caos si chiama ignoranza del sé, e qui entra in gioco il daimon, l’altro aspetto del progetto e delle mie attuali ricerche. Anticamente si riteneva – e dovrebbe essere chiaro anche oggi - che ogni uomo avesse il proprio daimon. Questo intermediario tra cielo e terra, uomo e dio, visibile ed invisibile, Apuleio lo chiamava genius. Si credeva – e si dovrebbe credere ancora – che fosse proprio il genius, il daimon, a rendere genialis. Se assecondato e coltivato il daimon si evolveva in Lare, divinità protettrici. Se ignorato o contrastato, invece, diventava Larva: spirito errante, malvagio e votato al massacro. Mi sembra che troppe larve siedano oggi sulle poltrone del potere e credo sia giunto il momento di chiedere ai nostri daimones cosa ne pensano. Tornando al progetto, ci sarebbe molto da dire su Pan e sui nostri demoni, ma rischio di essere esageratamente prolisso, quindi aggiungerei che, sebbene principalmente fotografico, Pandaemonium sarà anche letterario, accoglierà medium differenti, dal collage al video e chiederà interventi esterni a musicisti che stimo (dato che il PANico da sempre si affronta urlandolo!).
Mi consigli un libro?
“Feu la cendre”, di Jacques Derrida. Questo dialogo a più voci di uno dei più grandi pensatori del nostro tempo è stato tradotto in italiano con il titolo “Ciò che resta del fuoco”. Il testo si muove intorno ad una sola frase: “vi è là cenere” e ti consiglio di leggerlo come si legge una poesia, non come un testo filosofico. Anzi, mentre lo leggerai immagina che stia parlando un ospite di Carnival Motel… In fondo una fotografia è anche ciò che resta del fuoco, o no?
Francesco Viscuso e l’enogastronomia! Te la cavi egregiamente tra i fornelli, merito di quel gran bagaglio culturale chiamato Sicilia. Che tipo di legame hai con la tua terra? Oltre che in cucina in quale modo questo legame si manifesta nel tuo lavoro?
Amo la mia Terra come si ama una pessima madre: con grandissimo e amorevolissimo odio. La odio come si odia un caro amico che lascia inespresse le sue enormi potenzialità: con tenera e disturbante disapprovazione. In cucina è la migliore delle compagne che si possa desiderare, questo bisogna dirlo. Solo che è pazza. Scherzando ma non troppo, posso dirti che il catanese, in particolare, è un disturbo mentale più che un tipo d’uomo! Una mia carissima amica ha scritto la sua tesi di laurea su questa anomalia. Probabilmente dipende da grande madre Etna. Non so, forse la sua energia si estende alla popolazione circostante alterandone la sensibilità, modellandone il carattere. Resta il fatto che a Catania si percepisce una forza enorme, una genialità e una lucidità di pensiero che però non esplode come dovrebbe. So di essere stato fortunato a nascere in quella terra, in particolare durante la mia adolescenza ho beneficiato di un fermento culturale enorme e di stimoli davvero rari da trovare, ma è vero anche che ho poi scelto l’esilio. E l’ho pianificato a soli dieci anni, una sera, mentre tornavo a casa dalla piazza del paese dove vive mio padre: raggiunta la maggiore età me ne sarei andato. La Sicilia è animata da un dirompente istinto di vita, dall’Amore. Lo dimostra benissimo tra i fornelli! Questo però viene per forza di cose equilibrato da un altrettanto esuberante istinto di morte che genera tragedie. Si potrebbe dire che quella terra è una tragicommedia e da questo punto di vista, ad esempio e per tornare alla domanda, somiglia molto a Carnival Motel.
Mi dici il nome di un fotografo che hai scoperto di recente e di cui apprezzi il lavoro?
All’ultima edizione di Fotoleggendo mi sono ritrovato in mano un libro su Tin Piernu, un abitante di Tercimonte (frazione friulana al confine con la ex Jugoslavia) che tornò al suo paese, dopo la seconda guerra mondiale, con una macchina fotografica di legno, un cavalletto, un ingranditore e iniziò a impressionare la piccola frazione, i suoi abitanti, la vita quotidiana. Di giorno era il tuttofare della piccola comunità, ma la sera disegnava come sfondo una finestra sulla parete di una stanza, in casa sua, e si trasformava in un fotografo…















magnifico- grazie per avermi fatto conoscere questo artista e le sue opere. con il nitore che caratterizza l’archivio caltari
caltari ci protegge
caltari vede e stravede (per voi)!
viscuso, c’è nel suo lavoro qualcosa di simile alla ricerca, la prego vada oltre “foto sciop”, con la ricerca. con le idee.
buon lavoro