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Luigi Barbato nasce a Caserta nel 1976. Vive a Milano. La sua passione per la fotografia nasce con il viaggio, il desiderio di “imprimere” ciò che vede, le sue sensazioni, la sua percezione della realtà circostante fatta di culture, genti e luoghi lontani. La sua visione della fotografia si esprime attraverso il reportage, la street photography e/o la ricerca sempre focalizzata alla vita reale/quotidiana. Sviluppa e migliora questa passione/lavoro all’Istituto Italiano di Fotografia di Milano e con partecipazione a differenti seminari e workshop.
“Milan, tram stops” mostra una città stratificata e complessa, solo il titolo ci fornisce l’elemento di geolocalizzazione, mentre le foto manifestano le dimensioni di una metropoli globale. Qual è stata l’analisi che ti ha portato a realizzare questo lavoro?
Il progetto prende vita dal desiderio di analizzare il concetto di “fermata”. Milano diventa il pretesto per descrivere un luogo/una condizione che accomuna tutti i contesti metropolitani.
La fermata. È la città che si scompone in mille microcosmi. Vita che pulsa. Poi si ferma e attende. L’attesa è un’infinità di istanti ravvicinati che si sovrappongono a descrivere un istante finito che quotidianamente si ripete ma ogni volta in modo unico. Un luogo che non è più origine e non è ancora destinazione.
La fermata. È un fotogramma della città, dei suoi manifesti pubblicitari che si mimetizzano e contrastano con i pezzi di paesaggio urbano che si stagliano attorno. In questo scenario la figura umana diventa un elemento del paesaggio.
È nella fermata che si scopre un piccolo mondo fatto di genti, razze, culture. Di una città piena di vita, delle persone che la abitano, unite nell’attesa. Qualcuno si perde nella musica, in un giornale o in un gioco di sguardi. Palcoscenico di incontri mancati, di riflessioni spezzate dall’arrivo del tram. E poi il viaggio comincia, un viaggio quotidiano fatto di rumori e frenesia della metropoli che divora il silenzio.
La sovrapposizione dei fotogrammi disposti su formato panoramico e la ripetizione in essi di alcuni elementi suggeriscono una sequenza temporale propria del cinema o del video. Qual è secondo te il confine tra l’autonomia della forma fotografica e la sperimentazione che porta a far dialogare diversi linguaggi?
La mia passione per il cinema ha influenzato notevolmente la scelta tecnica che c’è dietro a questo lavoro. La sovrapposizione dei fotogrammi, scatti della singola fermata da angolazioni diverse in istanti temporali ravvicinati, è nata dalla necessità di trovare la soluzione visiva che meglio permettesse di descrivere questo microcosmo della città. Un piccolo mondo fatto di persone, di storie che si intrecciano in questa finestra temporale col fine di raccontare. Il formato panoramico permetteva di dare una maggiore fluidità a questo racconto, mentre la scelta di lasciare in evidenza i bordi dei singoli fotogrammi aveva l’obiettivo di evidenziare che è costituito da singoli istanti che si incastrano.
Dal mio punto di vista sia il cinema che la fotografia hanno lo stesso obiettivo di raccontare attraverso l’occhio “soggettivo” del regista/fotografo quello che accade. Se il dialogo tra i due linguaggi permette di esprimere in modo chiaro e accattivante un’idea, allora ogni sperimentazione è consentita. Sono due mondi molto vicini. Alla fine dei conti una sequenza cinematografica nasce da una serie di scatti che si susseguono.
Cosa ha significato nell’ottica di questo lavoro il tuo trasferimento da una piccola cittadina di provincia come Caserta a Milano?
Caserta è soltanto il mio luogo di nascita. Ho sempre vissuto a Milano e quindi questa città è sempre stato il mio quotidiano, il mio modo di concepire una città.
Hai mai indagato, o pensato di farlo, con il mezzo fotografico il rapporto tra metropoli e provincia?
Se dovessi definire la mia connotazione principale come fotografo direi che sono uno street photographer. Tutto ciò che mi circonda, sia durante il quotidiano che durante un viaggio, potenzialmente diventa elemento di analisi ed espressione fotografica. Sicuramente essere vissuto in una metropoli ma allo stesso tempo avere origini legate alla provincia campana mi ha sempre spinto a pormi domande e ad evidenziarne il rapporto (sia in termini di differenze che di analogie). Finora non ho ancora trovato la giusta chiave di lettura e la scelta stilistica più adatta dal punto di vista fotografico per raccontare quelle analogie che si possono incontrare in questi due mondi all’apparenza cosi lontani e diversi.
Il nome di un fotografo che hai scoperto recentemente e che ti è rimasto impresso?
Raghu Rai è sicuramente il fotografo, scoperto recemente, che più mi ha colpito. Sono stato impressionato soprattutto dal suo lavoro sull’India, in cui riesce ad esprimere al meglio la sua genialità. È interessante la sua capacità di raccontare la quotidianità, la vita di strada attraverso una gestione perfetta dello scatto. Ogni fotogramma è completo e ogni elemento all’interno di esso è dove deve essere. La potenza comunicativa delle sue immagini è proprio nella pulizia e nella composizione, che ci fa intuire lo spirito delle cose e l’anima degli uomini che incontra. Definendomi uno street photographer e guardando le sue immagini ho imparato molto riguardo a quanto sia importante aspettare prima di scattare e quanto ogni dettaglio all’interno del rettangolo ha un suo peso.
Invece qualcuno tra le “nuove leve”?
Se dovessi rispondere d’istinto sicuramente mi vengono in mente due nomi: Sara Munari e Tommaso Ausili.
Sara Munari è stata mia insegnante all’Istituto Italiano di Fotografia. Mi ha colpito e mi colpisce tutt’ora sia per l’ecletticità della sua fotografia sia per quel pizzico di “pazzia” che mette nei suoi lavori. Nel suo percorso artistico ha spaziato molto tra la fotografia di ricerca e il reportage mettendo comunque sempre al centro l’elemento umano e questo “viaggio” questa “sensibilità” mi accomuna molto a lei. Mi affascina inoltre la componente ironica che si legge nei suoi progetti come nei singoli scatti. La ricerca dell’elemento anomalo all’interno del quotidiano.
Tommaso Ausili l’ho scoperto durante la mostra World Press 2010 con il suo lavoro sulla morte degli animali da macello. Sono rimasto colpito dalla forza evocativa di quelle immagini attraverso una composizione molto pulita, che si ritrova poi in molti altri suoi lavori. Poi andando ad approfondire, mi ha colpito il percorso che l’ha avvicinato alla fotografia e il fatto che si sia interessato ad essa in modo più “professionale” non prestissimo. Mi ha fatto capire che se il talento c’è non è mai troppo tardi.
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