di Antonio Caruso
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Non sono un pittore.
Né uno scultore.
Né uno scrittore.
Sono Tarzan in pensione.
Miroslav Tichy
Un uomo anziano - gli abiti ridotti a stracci, la barba lunga - si aggira per la sua cittadina mitteleuropea puntando sulle donne un meccanismo fatiscente che tiene nascosto sotto il maglione. Un colpo d’occhio questo, un ritratto del fotografo ceco Miroslav Tichy, visto da fuori. Tre rullini al giorno, stampa unica per ogni scatto. «Io non scelgo niente», dice Tichy, «metto i negativi nell’ingranditore e stampo ciò che è più simile al mondo. Tutto ciò che è, è il mondo». Usa un equipaggiamento tecnico totalmente fatto in casa. Ingranditori e macchine fatti di compensato e cartone. Tubi di plastica o cartone come obiettivo, lenti prese da macchine fotografiche giocattolo o fabbricate col plexiglas lucidato con dentifricio, cenere e carta vetrata, il sistema di riavvolgimento e l’otturatore regolati dalla tensione di un elastico da sartoria.
Tichy è monotematico. Il soggetto è classico, il corpo femminile, le donne. Alla fermata dell’autobus, in piscina, nello spiazzo davanti alla chiesa, alcune sorridono, altre non sanno di essere fotografate. I corpi sono sfocati, le immagini piene di macchie, graffi e impronte digitali, con un’esposizione inadeguata, spesso incollate su pezzi di cartone colorato che fanno da cornice. Tichy si dichiara atomista, ciò che gli interessa è la creazione di un’immagine della realtà, temporanea, evanescente, inevitabilmente destinata a scomparire a causa del deperimento chimico. «Le macchie chimiche, gli scolorimenti e altri difetti fanno sembrare le immagini di Tichy come memorie molto personali di desideri universali, ma le memorie che svaniscono sono così indistinguibili dai desideri, da non poter essere mai essere realizzati»*. Nella sua opera si possono trovare molte influenze surrealiste: l’erotismo quasi ossessivo, la fotografia come automatismo rivelatore dell’invisibile, la contrapposizione del “selvaggio” alle norme sociali.
Ma Tichy non è un ingenuo, né un naif. Diventa un emarginato per scelta, una ribellione strettamente personale al regime comunista. Contrappone l’impalpabilità delle sue foto e del suo desiderio alla pesantezza del materialismo dialettico, della retorica rivoluzionaria. Miroslav Tichy nasce nel 1926, a Kyjov, in Moravia, Cecoslovacchia. Nel 1945 si trasferisce a Praga per iscriversi all’accademia d’arte e inizia come pittore figurativo sulla scia delle avanguardie artistiche che erano state vietate durante l’occupazione nazista. Nel 1948 il partito comunista cecoslovacco vince le elezioni. La Cecoslovacchia si dichiara Democrazia Popolare (fino al 1960, poi Repubblica Socialista), abbraccia i principi marxisti leninisti, diventa parte dell’Impero Sovietico come stato-satellite. All’accademia d’arte i professori non allineati vengono cacciati, l’imperativo artistico è ritrarre il proletariato e celebrare l’Uomo Sovietico, la sua dignità di lavoratore, le modelle vengono sostituite dai lavoratori della classe operaia.
Tichy si rifiuta di aderire ai principi comunisti e torna nella sua città natale. Dopo la morte di Stalin in linea con una superficiale condanna dello stalinismo, la repressione di Kruscev si fa più sottile. «In un suo discorso Kruscev ebbe a dire che in Unione Sovietica non c’erano detenuti politici poiché nella società socialista non esistono conflitti sociali e i pochi insoddisfatti non potevano che essere malati di mente. I dissidenti sani venivano internati come insani di mente»*. Venivano sottoposti a trattamenti di psicofarmaci inappropriati, elettroshock, violenze e sevizie da parte del personale paramedico. «Tale metodo presenta molti vantaggi perché non c’è bisogno di complicati procedimenti giudiziari. L’elemento indesiderato viene rinchiuso in una prigione psichiatrica senza processo e per tutto il tempo indispensabile, se necessario per tutta la vita. Non è neppure obbligatoria l’emissione di un mandato d’arresto»*. L’uomo sovietico è forgiato dallo Stato, è di sua proprietà. La legislazione comunista non tutela i cittadini, li usa per il proprio fine. Quello propagandato grida la via per il socialismo reale, quello nemmeno troppo nascosto del Partito è il mantenimento del potere.
Tichy non è un dissidente politico, è un non conforme. La sua è una ribellione personale contro l’ordine sociale. Inizia un periodo d’internamenti psichiatrici che durerà otto anni. Contemporanemante intraprende i primi esperimenti fotografici con una macchina fotografica russa riadattata da Tichy stesso. Negli anni sessanta Tichy comincia a tralasciare il suo aspetto, diventando volutamente l’opposto dell’ideale di cittadino socialista. Nel ’72 il suo studio viene sgomberato dalle autorità, l’edificio era diventato di proprietà dello Stato. Tichy si dedica ancora di più alla fotografia, fino al decennio successivo, quando decide di smettere. «Ho pianificato un numero di cose che avrei voluto fare: ne avrei fatto un dato numero ogni giorno, un dato numero in cinque anni. Una volta finite, ho smesso». Le sue foto sono abbandonate in giro per casa, alcune rosicchiate dai topi, molte rovinate dalla polvere e dalla muffa.
Tichy fotografa per se stesso, non è interessato a rendere pubblico il suo lavoro. La responsabilità della creazione di un archivio è una disputa ancora aperta tra Roman Buxbaum, fondatore della Fondazione Tichy Ocean e Jana Hebnarovà, una vicina di casa che si è presa cura di lui. Nei primi anni novanta il fotografo Arnulf Rainer acquista alcune foto di Tichy per l’archivio dell’Art Brut, ma è solo nel 2004 che si ha la prima esposizione delle opere fotografiche di Tichy, alla Biennale di Siviglia, curata dal critico Harold Szeemann, quando Tichy ha 79 anni. Per la sua scoperta tardiva lo accostano a Lartigue (prima esposizione a 69 anni), Atget (riscoperto dai surrealisti dopo la sua morte, grazie alla fotografa Berenice Abbott che aveva curato il suo archivio) e E.J.Bellocq (Lee Friedlander ne ha ristampato le foto delle prostitute di New Orleans d’inizio secolo dalle lastre di vetro originali). Attualmente Miroslav Tichy vive ancora nella sua casa a Kyjov, ha 85 anni e ha smesso totalmente di fare fotografie. Varie retrospettive, tra cui una al Centre Pompidou, e post su blog di tutto il mondo, stanno contribuendo a far conoscere la sua opera.
Articolo pubblicato su Loop n.6







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