
di Antonio Caruso
Definire Caltari in un editoriale, o perlomeno renderlo presentabile all’esterno, non è semplice. Non lo è più che altro riassumere tutte le idee e tutti i, passatemi questo termine ormai grondante sciccheria, progetti che spuntano numerosi almeno quante sono le goccioline in uno starnuto. Caltari è nato come un blog di scrittura collettiva, sul quale è stata innestata poi l’idea di una rivista on-line ma che vorrebbe, da grande, essere una rivista vera. Una rivista vera è solo più semplice da leggere di un blog, ha dei contenuti lenti e focalizzati e può essere letta durante qualsiasi festa comandata. Per ora abbiamo testi non molto lunghi, tante immagini, mezze idee, abbozzi, prove, punteggiatura messa bene. Per tutto il resto, capite, è meglio che cerchiate altrove. I libri ad esempio sono molto meglio di Caltari. Per questo ci piacciono.
In quanto Archivio conserviamo, scoviamo, riproponiamo. Nonostante ciò, Caltari il senso dell’attualità ce l’ha, solo che non arriva mai in tempo. Tuttavia non vogliamo essere costretti all’inattualità, vogliamo tenacemente essere legati a quello che c’è e che percepiamo, come delle cozze attaccate ad uno scoglio che si preoccupano della salinità del mare e di tutte le storie dei bagnanti e di come quella spiaggia sia il punto finale di un percorso verso l’altra costa, piuttosto che del succinto costume del bagnino fattone.
Caltari, sappiatelo, non è una slot-machine di verità. Non dà nessuna risposta, forse solo qualche versione partecipata. Oggi è la volta del morto che parla, domani della scrittrice depressa, la settimana dopo di una periferia incandescente di livore e cemento e poi ancora quella cosa che vedete da lontano che sembra un treno. Forse è un archivio di deformazioni e iperfetazioni, una luce a led sull’errore. Finché non ci saranno cavi di scambio dati per animali a sangue caldo a disposizione, le parole rimangono ancora qualcosa di valido e ce ne serviamo lentamente per costruirvi interzone.
Ora però vorrei capire quali siano gli errori. La città è un errore. Sbraga una piazza, taglia una curva, togli un giardinetto, metti una statua, uno svincolo, una tensostruttura. Un errore in città e per secoli rimane là, sordo e noi qui testimoni e quelli dopo un po’ meno testimoni e quelli dopo ancor meno testimoni, ancora più ignari, fino a dimenticare e a non sapere più nulla. Spazi dentro spazi che contengono altri spazi che inglobano a loro volta gli spazi più esterni. Anche il corpo umano è uno spazio cavo semovente che contiene altri spazi e altri esseri viventi. Questo giusto per puntualizzare.
Il flusso ininterrotto di immagini che ci sfrecciano intorno e poi dentro e che facciamo nostre e sostituiscono quello che vediamo con i nostri occhi increduli ma boccaloni, è un altro errore. Le immagini pubblicitarie, le foto antiche, le immagini pubblicitarie che sembrano foto antiche per farci piangere e ammorbidire e rimpiangere i bei tempi andati (per dirne una) sono l’esperienza visiva dell’essere fottuti. Sono il Re di bastoni e la carota biologica.
Finora forse non siamo stati polemici abbastanza, forse non ci riusciremo mai. Intanto ci proviamo e per farlo ci serviamo essenzialmente di due cose: Narrazione e ricerca, in controtempo.

Auguri e complimenti.
debbo ritornare a leggervi, presto